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    June 01

    LETTERA DEL PAPA PER L'ANNIVERSARIO DELLE APPARIZIONI A BANNEUX

    Lettera del Papa per il 75° anniversario delle apparizioni mariane a Banneux


    Indirizzata all'Arcivescovo di Malines-Bruxelles

    BRUXELLES, lunedì, 26 maggio 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha scritto una lettera al Cardinale Godfried Danneels, Arcivescovo di Malines-Bruxelles, in cui auspica che Maria esorti a una vita spirituale rinnovata perché ci si adoperi per testimoniare la fede.

    Il porporato è stato scelto dal Papa come suo inviato alle celebrazioni per il 75° anniversario delle apparizioni della Vergine dei poveri a Banneux (Belgio).

    La Madonna, ricorda l'emittente pontificia, apparve nel piccolo villaggio belga nel 1933 manifestandosi alla undicenne Mariette Beco otto volte, dal 15 gennaio al 2 marzo.

    Si rivelò alla bambina come Vergine dei Poveri, le mostrò una sorgente "per tutte le nazioni... per gli ammalati", domandò che le venisse costruita una cappella e chiese preghiere.

    "Pregate molto", disse nell'ultima apparizioni.

    Le apparizioni di Banneux sono state riconosciute dalla Chiesa con una lettera pastorale del Vescovo di Liegi, monsignor Louis Joseph Kerkhofs, il 22 agosto 1949, e interpretate - ricorda la "Radio Vaticana" - come "un invito a guardare Maria come serva del Signore, che viene per suscitare la fede e la preghiera, che conduce a Gesù, Sorgente della grazia che dona l'acqua viva, riservata a tutte le nazioni e in particolare agli ammalati nel corpo e nello spirito perché trovino sollievo nelle loro sofferenze e possano viverle con Gesù, avendo accanto la Madre".

    "La Madre di Gesù rinvia sempre a suo Figlio", ha scritto in una lettera ai fedeli per il 75° anniversario delle apparizioni monsignor Aloys Jousten, Vescovo di Liegi.

    "Egli è la sorgente della vera vita, della vita piena; ciascuno di noi, che sia povero o che abbia un cuore povero, si senta accolto e amato da Dio. La Vergine dei Poveri ci prende per mano e ci conduce verso la sorgente, verso suo Figlio".

    La Madonna, ha aggiunto, invita a "essere gli uni per gli altri guide verso la sorgente della vera vita, della vera felicità".

    "A Banneux, si arriva poveri e si riparte felici nella propria povertà", osserva monsignor Jousten, ricordando i tanti pellegrini che ogni anno raggiungono la cittadina delle Ardenne, centro di spiritualità mariana e luogo di guarigioni.

    Fonte: ZENIT.org

    La pace

    May 31

    TRAMISSIONE DELLA FEDE

    Pubblico un interessante discorso di Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocateccumenale, sull''importanza della trasmissione della fede! Viviamo in un periodo storico molto critico, in un'Europa ormai secolarizzata, ed è necessario che Noi cristiani non stiamo più a guardare ciò che succede attorno a noi! E' necessario farsi testimoni dell'unica Verità che è Cristo. Dio ci chiama ad essere luce, sale e lievito del mondo! Ora è il momento favorevole!
     
     
     
     
    Un discorso di Kiko su questo fondamentale argomento, tenuto a Manila nel Gennaio 2003:

    Sono stato invitato a parlare brevemente su come le famiglie nel Cammino Neocatecumenale trasmettono
    la Fede ai figli. Migliaia di famiglie si scontrano con il problema dei loro figli che nella scuola e nella università abbandonano la Chiesa : come possono le famiglie cristiane rispondere a questa secolarizzazione, a questo cambio epocale, alla globalizzazione , a un ambiente contrario ai valori cristiani?

    Dio si è manifestato al suo popolo sul Monte Sinai. Dio ha voluto scegliere un popolo per rivelarsi , attraverso la sua condotta, all’intera umanità. Ha scelto un popolo di schiavi in Egitto e ha iniziato ad operare con loro. Dio si è rivelato attraverso la sua condotta nella loro storia. Dopo aver fatto miracoli, aprendo il mare e guidando il suo popolo attraverso il deserto, Dio ha fatto una alleanza con esso.



    E’ apparso sopra il Monte Sinai, lì dove il popolo vide tremare la montagna e udì un rumore terrificante, l’umanità ha sentito per la prima volta la voce di Dio. E Dio parlò così: “Shemà Israel, Adonai elohenu, Adonai ehad!Ascolta Israele! Io sono l’unico!E tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutte le tue forze e amerai il tuo prossimo come te stesso!” Però subito aggiunge: “ Questo lo ripeterai ai tuoi figli quando sei in casa, quando sei per strada, quando ti corichi e quando ti alzi” E quando viene il momento in cui tuo figlio ti chiede: “Qual è il significato di queste leggi, di queste tradizioni e di questi comandamenti?” , tu gli risponderai : “Eravamo schiavi in terra d’Egitto e il Signore ci ha liberati con mano potente.Davanti ai nostri occhi il Signore ha operato segni e prodigi contro il Faraone e la sua casa. Ci ha liberato per condurci in una terra che aveva promesso ai nostri padri” . Questo sta scritto nel Cap. 6 del libro del Deuteronomio.

    Questa parola “Shemà” è ancora oggi il credo fondamentale di Israele. Gli ebrei ortodossi la proclamano tre volte al giorno. Questo testo talmente importante per il popolo ebreo lungo i secoli perché ha tenuto unita la famiglia ebrea, ci aiuta a capire l’importanza del fatto che i padri trasmettano la fede ai figli e mostra altrettanto chiaramente che questo comandamento divino è stato dato ai padri e non può essere delegato a nessun’altra persona. Sono loro che devono raccontare ai loro figli le opere che Dio ha fatto in loro favore.

    Sono stato in contatto con molte famiglie cattoliche, famiglie appartenenti all’Azione Cattolica che stavano anche in altri movimenti ecclesiali che hanno delegato alla parrocchia la trasmissione della fede ai loro figli. E dopo , quando i loro figli sono andati all’università, hanno scoperto che avevano abbandonato la fede. Non hanno obbedito al comandamento secondo il quale loro sono i primi che principalmente devono trasmettere la fede ai loro figli, secondo il comandamento divino.

    Per i primi cristiani , la trasmissione della fede ai loro figli, attraverso le Sacre Scritture compiute in Gesù Cristo, era una missione fondamentale.Ne abbiamo testimonianza nella Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo: “ Tu, al contrario, persevera in quello che hai appreso e in cui hai creduto , tenendo presente da chi lo apprendesti e che fin da bambino conoscesti le Sacre Scritture, le quali ti possono dare la sapienza che porta alla salvezza mediante la fede in Gesù Cristo” (2Tim3,14-15). Questa tradizione , in varie forme, è rimasta nelle famiglie cristiane lungo i secoli. Ed è ancor più evidente nella testimonianza di numerosi bambini e giovani che furono martirizzati.
    Il Cammino Neocatecumenale come iniziazione cristiana nelle Diocesi e nelle Parrocchie , insegna oggi agli sposi a trasmettere la fede ai loro figli, in particolare attraverso una celebrazione in una liturgia domestica. Noi insegniamo loro che la famiglia cristiana ha tre altari: il primo è la mensa della Santa Eucaristia, dove Gesù offre il sacrificio della sua vita per la nostra salvezza
    il secondo è il talamo nuziale , dove si compie il sacramento del matrimonio e si da la vita a nuovi figli di Dio. Insegniamo come deve essere compiuto l’atto coniugale , che prima è necessario pregare, e si insegna ai bambini che la camera da letto dei genitori è un luogo santo.Ai cristiani dobbiamo insegnare che il talamo nuziale deve essere tenuto in grande onore e gloria.
    Il terzo altare è la mensa dove la famiglia si riunisce per mangiare, benedicendo il Signore per i suoi doni.La celebrazione domestica , nella quale si trasmette la fede ai figli, si tiene attorno a questa stessa mensa. Dopo oltre trent’anni dall’inizio del Cammino Neocatecumenale, uno dei frutti che più ci consolano è il vedere la famiglia ricostruita.La famiglia si trasforma in un vero “Santuario domestico della Chiesa”.

    Queste famiglie che sono nel Cammino sono tutte aperte alla vita. IL Cammino ha uno dei tassi di natalità più alti nel mondo – cinque figli per famiglia – inclusi i mussulmani.Gli insegniamo cosa significa dare un figlio a Dio. Queste famiglie numerose compiono il dovere fondamentale delle famiglie cristiane che è quello di trasmettere la fede ai propri figli. Oltre alle preghiere della mattina e della sera, ringraziano il Signore prima dei pasti e partecipano all’Eucarestia con i loro padri nelle loro comunità.

    La trasmissione della fede ai figli si realizza, come abbiamo detto, in una Liturgia domestica celebrata regolarmente nel Giorno del Signore. In questa celebrazione , secondo la grandezza della famiglia, si prepara la mensa con una tovaglia bianca, una candela, fiori e la Bibbia.Un figlio suona la chitarra, un altro il flauto e pregano uniti al padre e ai nonni. In questa celebrazione i padri proclamano i Salmi delle Lodi con i loro figli. I padri preparano una lettura che può essere il Vangelo della Messa della Domenica . Poi i padri chiedono ai figli: “Cosa ti dice Dio con questa lettura per la tua vita? “. Impressiona moltissimo vedere come i figli applicano la Parola di Dio alla loro esperienza di vita. Al termine, quando tutti i figli hanno parlato, i padri danno una catechesi fondata sulla propria esperienza.

    Dicono quello che
    la Parola significa per loro. Al termine invitano i figlia pregare per il Papa , per la Chiesa, per coloro che soffrono, etc. . Poi pregano insieme con il Padre Nostro e si scambiano il segno della Pace. Così accade ogni Domenica in ogni famiglia cristiana.
    Il risultato di questa preziosa attenzione dei padri verso i figli è che quasi il 100% dei figli del Cammino Neocatecumenale rimangono nella Chiesa. Questa è anche la ragione per la quale abbiamo portato 50.000 giovani a Toronto e 75.000 a Parigi. E’ meraviglioso vedere come le comunità neocatecumenali sono piene di giovani! Piene di giovani!All’incontro con il Papa a Roma, a Tor Vergata, abbiamo portato 100.000 giovani, tutti appartenenti al Cammino Neocatecumenale , a queste famiglie numerose , a questo tipo di educazione dei figli e a queste celebrazioni domestiche. Stanno suscitando migliaia di vocazioni, migliaia…Abbiamo aperto già 50 Seminari Redemptoris Mater; da queste comunità sono entrate in clausura oltre 4000 sorelle , tutti i conventi in Italia sono pieni di sorelle che vengono dal Cammino Neocatecumenale.
    E questo non è un Movimento.Queste comunità sono nella parrocchia come una iniziazione cristiana che appartiene alla Chiesa.La Chiesa ha riconosciuto che non siamo una associazione né una congregazione né un Movimento.La nostra missione è quella di aiutare le parrocchie e i Vescovi ad avere un itinerario di formazione cristiana che aiuti a maturare nella fede , come la Sacra Famiglia di Nazareth. Nostro Signore,la Parola di Dio, prese carne dalla Vergine Maria, nacque come un bambino che aveva bisogno di crescere per diventare uomo, per diventare adulto. Solamente da adulto ha potuto compiere la sua missione di salvare il mondo , quando ebbe 30 anni.Come si fece adulto? Obbedendo a Maria e Giuseppe. Allo stesso modo oggi molta gente battezzata possiede una fede piccola , infantile. Questa fede deve crescere come nella Famiglia di Nazareth, obbedendo al parroco e ai catechisti, in obbedienza al parroco e ai catechisti.
    Siamo grati al Pontificio Consiglio per la Famiglia che ha iniziato ad interessarsi a questo fenomeno.Sono rimasti sorpresi di tutti questi giovani e di quello che stiamo facendo e ci hanno invitato a proporre a tutta la Chiesa lo stesso tipo di celebrazione (domestica) che noi facciamo.

    Quando avemmo un incontro con Mons.Bugnini, che era una stretto collaboratore di Papa Paolo VI e l’incaricato per tutto il rinnovamento liturgico , i RICA, ci disse che nella Chiesa mancava una liturgia domestica e quando seppe cosa stavamo facendo rimase molto colpito. Così che siamo molto contenti di collaborare con il Pontificio Consiglio per
    la Famiglia e di dare il nostro piccolo contributo attraverso quello che Dio sta facendo con noi. Mi piacerebbe proporre questo a tutti gli altri , per aiutare altra gente, altre ottime famiglie di tutte le altre realtà cristiane che si trovano in difficoltà con i loro figli durante la crescita e nella scuola. In tutta Europa c’è una cultura di sinistra con una terribile educazione sessuale che và contro l’insegnamento cristiano.I padri soffrono molto vedendo i figli contaminati da questa cultura. Questa è la verità.

    E mi piacerebbe riuscire a far capire a tutta
    la Chiesa che quello che sto dicendo non è un problema secondario, una devozione : è una questione di vita o di morte per la Chiesa.Una questione di vita o di morte!Se la Chiesa non è capace di trasmettere la fede alla prossima generazione , morirà. Questo è così importante che il Santo Padre ( Giovanni Paolo II, ndr.) e il Pontificio Consiglio per la Famiglia hanno capito cosa stiamo perdendo….. ci sono parrocchie dove già non ci sono più giovani.Dove sono?Non si tratta di far teatro o altre stupidaggini con i bambini, si tratta di dare un contenuto veritiero e serio. Perché loro devono far fronte ad un ambiente che sta completamente agli antipodi della realtà del Vangelo. Attraverso la globalizzazione del mondo intero , la secolarizzazione si sta diffondendo con molta rapidità, mettendo in crisi tutte le religioni.In Europa stiamo perdendo le scuole cristiane, non ci sono più molte scuole che insegnano la religione. Gli ordini religiosi non hanno più vocazioni e stanno abbandonando le scuole e le università.

    Abbiamo perso le università e ai nostri figli insegnano Hegel, Marx ….tutto all’opposto, il nichilismo. Queste cose non vengono dette ai nostri giovani. Però alla Chiesa rimane una formula vincente: la famiglia. Noi abbiamo visto che i nostri figli educati in una famiglia stabile , non vacillano a scuola.Si fanno obbiettori.

    Quando nelle classi di educazione sessuale si insegna la masturbazione e altre cose contrarie al Vangelo , si alzano in piedi e fanno obiezione di coscienza. I padri vanno a parlare con il direttore.Non soccombono a tutto questo. Nelle università , dove tutto è contrario ai valori cristiani , essi non soccombono , non li possono convincere. Dietro a loro ci sono la famiglia e la loro comunità cristiana, una comunità di 40 o 50 fratelli che stanno tutti uniti, dove c’è Dio, dove non esistono classi sociali.

    Tutti sono fratelli: ingegneri , donne delle pulizie, vagabondi : tutti sono fratelli! Non ci sono differenze di lingua o di cultura, tra bianchi e neri, tra gente colta e ignorante. Non ci sono poveri nè ricchi, sono tutti fratelli che si aiutano l’un l’altro. Se c’è una famiglia con molti figli che fatica ad arrivare a fine mese, la comunità fa una colletta per aiutarli. La comunità aiuta la famiglia e la famiglia salva
    la Chiesa.
    La nostra società sta distruggendo la famiglia e, in particolare, l’Europa sta andando verso l’apostasia e sta facendo sì che le famiglie si dividano.A causa del lavoro non abbiamo tempo di stare a casa e mangiare insieme. In Europa non ci sono luoghi d’incontro, non c’è tempo. Domani il ragazzo gioca a pallacanestro, la ragazza và a ballare. Stanno sempre fuori, non si riuniscono mai, non si siedono a parlare. La moglie lavora, il padre lavora, quando rientrano a casa i figli già dormono. E la famiglia si sta distruggendo riguardo al tempo ( i ritmi di lavoro e gli orari scolastici) , in quanto alla sua composizione (coppie di fatto, coppie omosessuali, divorzi) , in quanto a stile di vita ( la gente vive in un modo che contrasta il senso della famiglia) e soprattutto attraverso una cultura che ci circonda totalmente contraria al Vangelo.
    Siamo convinti che la vera battaglia che la Chiesa dovrà affrontare nel terzo millennio, la sfida che dobbiamo affrontare e nella quale si gioca il nostro futuro, è quella della famiglia. Per questo dico che siamo contenti di poter collaborare con il Pontificio Consiglio per la Famiglia, portando l’esperienza di tante famiglie , poi di tanti anni nei quali abbiamo visto che questa è la formula vincente. Con loro stiamo cercando di fare una guida. Sulla base di una esperienza di più di trenta anni, con famiglie di differenti culture e classi sociali, possiamo fare qualcosa di valido, non solo una schema disegnato sulla tavola di un bar, ma qualcosa di serio, una guida per la famiglia, una esperienza del Cammino Neocatecumenale attraverso la quale la Chiesa può aiutare la famiglia a trasmettere la fede ai figli. Penso che tutto questo è un grande contributo alla famiglia.
    Spero che questa piccola semente che ora seminiamo , possa un giorno diventare un albero pieno di frutti, perché se un bambino di quattro anni ha visto suo padre pregare nell’assemblea con sincerità, non lo dimenticherà mai, mai! Molti adulti non dimenticheranno mai come hanno celebrato nelle loro proprie famiglie, dove hanno visto l’amore dei loro padri per Dio e come pregavano con vera convinzione.
    Pregate per me. Grazie.
    Kiko Argüello
     
    tratto dal sito: I segni dei tempi
     
     

    FESTA DELLA VISITAZIONE

    CELEBRAZIONE MARIANA PER LA CONCLUSIONE DEL MESE DI MAGGIO IN VATICANO
    PAROLE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

    Giovedì, 31 maggio 2001 Visitazione di Maria a Santa Elisabetta

    "Maria si mise in viaggio verso la montagna..." (Lc 1,39).

    Concludiamo ai piedi di questa Grotta, che richiama alla mente il Santuario di Lourdes, cammino mariano svolto nel corso del mese di maggio. Riviviamo insieme il mistero della Visitazione di Maria Santissima, in questo pellegrinaggio attraverso i Giardini Vaticani, che ogni anno coinvolge insieme con Cardinali e Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e tanti fedeli. Sono grato al caro Cardinale Virgilio Noè e a tutti coloro che hanno attentamente curata la preparazione di questo appuntamento di preghiera ai piedi della Vergine.
    Risuonano nel nostro cuore le parole dell'evangelista Luca: "Appena ebbe udito il saluto di Maria,... Elisabetta fu piena di Spirito Santo" (1,41).
    L'incontro tra la Madonna e la cugina Elisabetta è come una sorta di "piccola Pentecoste". Vorrei sottolinearlo questa sera alla vigilia ormai della grande solennità dello Spirito Santo.
    Nel racconto evangelico, la Visitazione segue immediatamente l'Annunciazione: la Vergine Santa, che porta in grembo il Figlio concepito per opera dello Spirito Santo, irradia intorno a sé grazia e gaudio spirituale. E' la presenza in Lei dello Spirito che fa sussultare di gioia il figlio di Elisabetta, Giovanni, destinato a preparare la via al Figlio di Dio fatto uomo.
    Dove c'è Maria, c'è Cristo; e dove c'è Cristo, c'è il suo Spirito Santo, che procede dal Padre e da Lui nel mistero sacrosanto della vita trinitaria. Gli Atti degli Apostoli sottolineano a ragione la presenza orante di Maria, nel Cenacolo, insieme con gli Apostoli riuniti in attesa di ricevere la "potenza dall'Alto". Il "sì" della Vergine attira sull'umanità il Dono di Dio: come nell'Annunciazione, così nella Pentecoste. Così continua ad avvenire nel cammino della Chiesa.
    Riuniti in preghiera con Maria, invochiamo una copiosa effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa intera, perché a vele spiegate prenda il largo nel nuovo millennio. In modo particolare, invochiamolo su quanti operano quotidianamente al servizio della Sede Apostolica, affinché il lavoro di ciascuno sia sempre animato da spirito di fede e di zelo apostolico
    Si chiude il nostro pellegrinaggio mariano nella quiete della sera e questo ci induce anche a pensare all'orizzonte ultimo della nostra esistenza. La Vergine Maria cammina con la Chiesa pellegrinante e, al tempo stesso, regna nel Paradiso tra gli Angeli e i Santi. Ella ci insegni, con la sua Visitazione, che la gioia si trova spendendo la vita per Cristo. E' così, infatti, che ci si prepara ad entrare con Lui nella gloria del Padre celeste. Possa lo Spirito Santo rafforzare i nostri passi su questa via, che ci conduce al Cielo.
    Con questi sentimenti, tutti di cuore vi benedico.
    E’ molto significativo che l’ultimo giorno di maggio ci porti la festa della Visitazione. Con questa conclusione è come se volessimo dire che ogni giorno di questo mese è stato una sorta di visitazione. Abbiamo vissuto durante il mese di maggio una continua visitazione, così come l’hanno vissuta Maria ed Elisabetta. Siamo grati a Dio che questo fatto biblico oggi ci sia riproposto dalla Liturgia.
    A tutti voi, qui riuniti così numerosi, auguro che la grazia della visitazione mariana, vissuta durante il mese di maggio e specialmente in quest’ultima serata, si prolunghi nei giorni che verranno.
    May 30

    ILSANTO PADRE PARLA DEI CARISMI

    "Bisogna accogliere con gioia queste forze nuove". Così il Santo Padre parla dei carismi frutto dello Spirito Santo, esortando i Vescovi italiani a incoraggiare i movimenti nella loro missione evangelizzatrice. Oggi più che mai è necessario portare Cristo sino ai confini  della terra e proprio per questo è necessario che ogni movimento sia impegnato con fervore nella predicazione dell'Amore di Dio.

     

    Discorso del Papa all'Assemblea generale dell'episcopato italiano


    CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 29 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo giovedì da Benedetto XVI in occasione dell'incontro nella Sala del Sinodo, in Vaticano, con i partecipanti all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana.

     



    * * *

    Cari Fratelli Vescovi italiani,

    è questa la quarta volta nella quale ho la gioia di incontrarvi riuniti nella vostra Assemblea Generale, per riflettere con voi sulla missione della Chiesa in Italia e sulla vita di questa amata Nazione. Saluto il vostro Presidente, Cardinale Angelo Bagnasco, e lo ringrazio vivamente per le parole gentili che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Saluto i tre Vicepresidenti e il Segretario Generale. Saluto ciascuno di voi, con quell’affetto che scaturisce dal saperci membra dell’unico Corpo mistico di Cristo e partecipi insieme della stessa missione.

    Desidero anzitutto felicitarmi con voi per aver posto al centro dei vostri lavori la riflessione sul come favorire l’incontro dei giovani con il Vangelo e quindi, in concreto, sulle fondamentali questioni dell’evangelizzazione e dell'educazione delle nuove generazioni. In Italia, come in molti altri Paesi, è fortemente avvertita quella che possiamo definire una vera e propria "emergenza educativa". Quando, infatti, in una società e in una cultura segnate da un relativismo pervasivo e non di rado aggressivo, sembrano venir meno le certezze basilari, i valori e le speranze che danno un senso alla vita, si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti, la tentazione di rinunciare al proprio compito, e ancor prima il rischio di non comprendere più quale sia il proprio ruolo e la propria missione. Così i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente al riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli davanti alle grandi domande che nascono inevitabilmente dentro di loro, come davanti alle attese e alle sfide che sentono incombere sul loro futuro. Per noi Vescovi, per i nostri sacerdoti, per i catechisti e per l'intera comunità cristiana l'emergenza educativa assume un volto ben preciso: quello della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Anche qui, in certo senso specialmente qui, dobbiamo fare i conti con gli ostacoli frapposti dal relativismo, da una cultura che mette Dio tra parentesi e che scoraggia ogni scelta davvero impegnativa e in particolare le scelte definitive, per privilegiare invece, nei diversi ambiti della vita, l'affermazione di se stessi e le soddisfazioni immediate.

    Per far fronte a queste difficoltà lo Spirito Santo ha già suscitato nella Chiesa molti carismi ed energie evangelizzatrici, particolarmente presenti e vivaci nel cattolicesimo italiano. E’ compito di noi Vescovi accogliere con gioia queste forze nuove, sostenerle, favorire la loro maturazione, guidarle e indirizzarle in modo che si mantengano sempre all’interno del grande alveo della fede e della comunione ecclesiale. Dobbiamo inoltre dare un più spiccato profilo di evangelizzazione alle molte forme e occasioni di incontro e di presenza che tuttora abbiamo con il mondo giovanile, nelle parrocchie, negli oratori, nelle scuole - in particolare nelle scuole cattoliche - e in tanti altri luoghi di aggregazione. Soprattutto importanti sono, ovviamente, i rapporti personali e specialmente la confessione sacramentale e la direzione spirituale. Ciascuna di queste occasioni è una possibilità che ci è data di far percepire ai nostri ragazzi e giovani il volto di quel Dio che è il vero amico dell’uomo. I grandi appuntamenti, poi, come quello che abbiamo vissuto lo scorso settembre a Loreto e come quello che vivremo in luglio a Sydney, dove saranno presenti anche molti giovani italiani, sono l'espressione comunitaria, pubblica e festosa di quell'attesa, di quell'amore e di quella fiducia verso Cristo e verso la Chiesa che permangono radicati nell'animo giovanile. Questi appuntamenti raccolgono pertanto il frutto del nostro quotidiano lavoro pastorale e al tempo stesso aiutano a respirare a pieni polmoni l’universalità della Chiesa e la fraternità che deve unire tutte le Nazioni.

    Anche nel più ampio contesto sociale, proprio l'attuale emergenza educativa fa crescere la domanda di un’educazione che sia davvero tale: quindi, in concreto, di educatori che sappiano essere testimoni credibili di quelle realtà e di quei valori su cui è possibile costruire sia l’esistenza personale sia progetti di vita comuni e condivisi. Questa domanda, che sale dal corpo sociale e che coinvolge i ragazzi e i giovani non meno dei genitori e degli altri educatori, già di per sé costituisce la premessa e l’inizio di un percorso di riscoperta e di ripresa che, in forme adatte ai tempi attuali, ponga di nuovo al centro la piena e integrale formazione della persona umana. Come non spendere, in questo contesto, una parola in favore di quegli specifici luoghi di formazione che sono le scuole? In uno Stato democratico, che si onora di promuovere la libera iniziativa in ogni campo, non sembra giustificarsi l’esclusione di un adeguato sostegno all’impegno delle istituzioni ecclesiastiche nel campo scolastico. E’ legittimo infatti domandarsi se non gioverebbe alla qualità dell’insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti, da forze popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie. Tutto lascia pensare che un simile confronto non mancherebbe di produrre effetti benefici.

    Cari Fratelli Vescovi italiani, non solo nell'importantissimo ambito dell'educazione, ma in certo senso nella propria situazione complessiva, l’Italia ha bisogno di uscire da un periodo difficile, nel quale è sembrato affievolirsi il dinamismo economico e sociale, è diminuita la fiducia nel futuro ed è cresciuto invece il senso di insicurezza per le condizioni di povertà di tante famiglie, con la conseguente tendenza di ciascuno a rinchiudersi nel proprio particolare. E’ proprio per la consapevolezza di questo contesto che avvertiamo con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione. E ciò che conforta è che tale percezione sembra allargarsi al sentire popolare, al territorio e alle categorie sociali. E’ diffuso infatti il desiderio di riprendere il cammino, di affrontare e risolvere insieme almeno i problemi più urgenti e più gravi, di dare avvio a una nuova stagione di crescita economica ma anche civile e morale.

    Evidentemente questo clima ha bisogno di consolidarsi e potrebbe presto svanire, se non trovasse riscontro in qualche risultato concreto. Rappresenta però già di per sé una risorsa preziosa, che è compito di ciascuno, secondo il proprio ruolo e le proprie responsabilità, salvaguardare e rafforzare. Come Vescovi non possiamo non dare il nostro specifico contributo affinché l'Italia conosca una stagione di progresso e di concordia, mettendo a frutto quelle energie e quegli impulsi che scaturiscono dalla sua grande storia cristiana. A tal fine dobbiamo anzitutto dire e testimoniare con franchezza alle nostre comunità ecclesiali e all'intero popolo italiano che, anche se sono molti i problemi da affrontare, il problema fondamentale dell’uomo di oggi resta il problema di Dio. Nessun altro problema umano e sociale potrà essere davvero risolto se Dio non ritorna al centro della nostra vita. Soltanto così, attraverso l'incontro con il Dio vivente, sorgente di quella speranza che ci cambia di dentro e che non delude (Rm 5,5), è possibile ritrovare una forte e sicura fiducia nella vita e dare consistenza e vigore ai nostri progetti di bene.

    Desidero ripetere a voi, cari Vescovi italiani, ciò che dicevo lo scorso 16 aprile ai nostri Confratelli degli Stati Uniti: "Quali annunciatori del Vangelo e guide della comunità cattolica, voi siete chiamati anche a partecipare allo scambio di idee nella pubblica arena, per aiutare a modellare atteggiamenti culturali adeguati". Nel quadro di una laicità sana e ben compresa, occorre pertanto resistere ad ogni tendenza a considerare la religione, e in particolare il cristianesimo, come un fatto soltanto privato: le prospettive che nascono dalla nostra fede possono offrire invece un contributo fondamentale al chiarimento e alla soluzione dei maggiori problemi sociali e morali dell'Italia e dell'Europa di oggi. Giustamente, pertanto, voi dedicate grande attenzione alla famiglia fondata sul matrimonio, per promuovere una pastorale adeguata alle sfide che essa oggi deve affrontare, per incoraggiare l'affermarsi di una cultura favorevole, e non ostile, alla famiglia e alla vita, come anche per chiedere alle pubbliche istituzioni una politica coerente ed organica che riconosca alla famiglia quel ruolo centrale che essa svolge nella società, in particolare per la generazione ed educazione dei figli: di una tale politica l'Italia ha grande e urgente bisogno. Forte e costante deve essere ugualmente il nostro impegno per la dignità e la tutela della vita umana in ogni momento e condizione, dal concepimento e dalla fase embrionale alle situazioni di malattia e di sofferenza e fino alla morte naturale. Né possiamo chiudere gli occhi e trattenere la voce di fronte alle povertà, ai disagi e alle ingiustizie sociali che affliggono tanta parte dell’umanità e che richiedono il generoso impegno di tutti, un impegno che s’allarghi anche alle persone che, se pur sconosciute, sono tuttavia nel bisogno. Naturalmente, la disponibilità a muoversi in loro aiuto deve manifestarsi nel rispetto delle leggi, che provvedono ad assicurare l’ordinato svolgersi della vita sociale sia all’interno di uno Stato che nei confronti di chi vi giunge dall’esterno. Non è necessario che concretizzi maggiormente il discorso: voi, insieme con i vostri cari sacerdoti, conoscete le concrete e reali situazioni perché vivete con la gente.

    E’ dunque una straordinaria opportunità per la Chiesa in Italia potersi avvalere di mezzi di informazione che interpretino quotidianamente nel pubblico dibattito le sue istanze e preoccupazioni, in maniera certamente libera e autonoma ma in spirito di sincera condivisione. Mi rallegro pertanto con voi per il quarantesimo anniversario della fondazione del giornale Avvenire e auspico vivamente che esso possa raggiungere un numero crescente di lettori. Mi rallegro per la pubblicazione della nuova traduzione della Bibbia, e della copia che mi avete cortesemente donato. Bene si inquadra nella preparazione del prossimo Sinodo dei Vescovi che rifletterà su "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa".

    Carissimi Fratelli Vescovi italiani, vi assicuro la mia vicinanza, con un costante ricordo nella preghiera, e imparto con grande affetto la Benedizione apostolica a ciascuno di voi, alle vostre Chiese e a tutta la diletta Nazione italiana.

    [© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]

    La pace del Signore sia con voi

    sCOMUNICA PER L'ORDINAZIONE DI UNA DONNA

    Decreto di scomunica per l'attentata ordinazione sacra di una donna


    CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 29 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del “Decreto generale circa il delitto di attentata ordinazione sacra di una donna” firmato dal Cardinale William Levada e dall'Arcivescovo Angelo Amato, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Il Decreto è stato pubblicato sul quotidiano de “L’Osservatore Romano” (30 maggio 2008).

     

    * * *

    La Congregazione per la Dottrina della Fede, per tutelare la natura e la validità del sacramento dell'ordine sacro, in virtù della speciale facoltà ad essa conferita dalla suprema autorità della Chiesa (cfr can. 30, Codice di Diritto Canonico), nella Sessione Ordinaria del 19 dicembre 2007, ha decretato: Fermo restando il disposto del can. 1378 del Codice di Diritto Canonico, sia colui che avrà attentato il conferimento dell'ordine sacro ad una donna, sia la donna che avrà attentato di ricevere il sacro ordine, incorre nella scomunica latae sententiae, riservata alla Sede Apostolica.

    Se colui che avrà attentato il conferimento dell'ordine sacro ad una donna o se la donna che avrà attentato di ricevere l'ordine sacro, è un fedele soggetto al Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, fermo restando il disposto del can. 1443 del medesimo Codice, sia punito con la scomunica maggiore, la cui remissione resta riservata alla Sede Apostolica (cfr can. 1423, Codice dei Canoni delle Chiese Orientali).

    Il presente decreto entra immediatamente in vigore dal momento della sua pubblicazione su L'Osservatore Romano.



    WILLIAM CARDINALE LEVADA

    Prefetto

     

    La pace del sgnore sia con voi

    April 26

    ESPOSIZIONE DEL CORPO DI PADRE PIO

    LO “SCANDALO” DEL CORPO DI PADRE PIO… 24.04.2008
    Qua sotto vi dico cosa penso dell’esposizione del corpo di Padre Pio che tante polemiche ha suscitato. Ma prima vi lascio una perla del Padre: “Lo Spirito di Dio è spirito di pace… Egli ci fa sentire un dolore tranquillo, umile e fiducioso dovuto precisamente alla Sua Misericordia… Invece lo spirito del Male esaspera… e ci fa provare una specie di ira contro di noi: mentre proprio nei nostri confronti dovremmo esercitare la carità più grande”

    C’è un “Claudio Magris” dentro ognuno di noi. Avverto anche io, istintivamente, la repulsione per la riesumazione del corpo di padre Pio e per la sua esposizione alla venerazione dei fedeli (dal 24 aprile) che stanno per arrivare a milioni a S. Giovanni Rotondo. La cosa ha indotto lo scrittore triestino a protestare sul Corriere della sera. Perché noi, come lui, siamo naturalmente “spiritualisti”, mentre il cristianesimo è scandalosamente “materialista”. Anzi, come hanno detto Giorgio la Pira e Romano Guardini, “i cristiani sono gli unici, veri materialisti”.

    La nostra mentalità naturale – oggi dominante – è quella degli antichi gnostici: lo schifo della corporeità. Il terrore e la disperazione della morte. Abbiamo allestito una colossale macchina sociale per esorcizzare il corpo e i suoi processi biologici, perché mostrano il suo continuo disfacimento. Abbiamo orrore di tutti i segni della decadenza fisica, ci repellono gli umori e gli odori del corpo, l’imbiancarsi dei capelli, la loro caduta o le rughe perché questo inesorabile decadere della carne prefigura la morte. Il lento putrefarsi del corpo ha bisogno di continui lavori di restauro e manutenzione.

    Non a caso il fatturato dell’industria cosmetica è in costante crescita. Un vero boom. L’uso di deodoranti, creme e altre diavolerie serve proprio a costruirci un corpo virtuale come quello che andiamo a modellarci con la “plastica” (facciale o meno) o in palestra o su “Second Life”.

    Ciò che chiamiamo bello è in realtà una “immagine” che nasconde, perché è costruita per fermare l’istante ed esorcizzare la natura materiale delle cose che consuma e disfa. L’arte è nata così, anticamente, in Egitto e in Grecia. Oggi basta considerare il “culto della bellezza femminile” a cui si dedica una colossale industria mediatica maschile con cui – come scrive Camille Paglia – “l’uomo si è sforzato di fissare e stabilizzare il pauroso divenire naturale… La bellezza arresta e raggela il flusso turbolento della natura” perché ferma (almeno in apparenza, come immagine) lo sfacelo della materia.

    Nella nostra epoca cancelliamo tutto ciò che ci ricorda la decadenza fisica e la malattia. “La vita moderna, con i suoi ospedali e i suoi articoli igienici”, scrive la Paglia “tiene a distanza e sterilizza questi primordiali misteri proprio come ha fatto con la morte, un tempo pietosa incombenza domestica”.

    Un tempo, cioè quando si era cristiani. Il cristianesimo infatti è entrato in questa nostra mentalità naturale come un ciclone. La Chiesa ha letteralmente inventato gli ospedali e li ha costruiti al centro delle città, spesso davanti alle cattedrali, non ai margini dell’abitato come si usa fare oggi. Il malato che era schifato e abbandonato nell’antichità greca e romana, è diventato in tempi cristiani venerato “come Gesù crocifisso”, accudito, curato, amato pietosamente fin nelle sue piaghe che naturalmente ci repellono. Citavamo all’inizio La Pira e Guardini: in effetti “sono i cristiani i veri materialisti”. Non potrebbe essere altrimenti, perché sono gli unici a poter abbracciare tutta la realtà, anche la sua dolente carnalità, senza l’angoscia e la malinconia del disfacimento fisico e della morte.

    Perché il cristianesimo è la notizia di Dio che “si è fatto carne”, uomo come noi. L’uomo-Dio si è piegato teneramente su tutte le ferite umane e le ha guarite, ha preso su di sé, sulla sua stessa carne, tutta la violenza e la sofferenza del mondo, facendosi macellare e morendo. Infine è risorto nella carne, mostrando, facendo toccare con mano il suo stesso corpo divinizzato come è destinato a diventare il nostro.

    Ha rivelato agli esseri umani: “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati”. E così ha confessato il folle amore che l’Onnipotente ha per ogni sua creatura. La nostra mentalità pagana ha orrore del corpo, invece Dio lo ama, tanto più quando è ferito, sofferente e debole. Se Dio ha contato perfino i nostri capelli è perché ci guarda come un innamorato. Che vuole sottrarci alla morte.

    Nessun amante di questo mondo ha mai potuto promettere alla sua amata che niente di lei, neanche un capello, sarebbe mai perito. Così invece ha fatto l’Uomo-Dio. E dunque, attraverso Gesù, tutto ci sarà restituito (per sempre) di noi e delle persone che amiamo. Dante, nella Divina Commedia, ha questa intuizione geniale: che le anime sono felicissime in Paradiso e non mancano di nulla, ma hanno “il disìo d’i corpi morti/ forse non pur per lor, ma per le mamme,/ per li padri e per li altri che fuor cari” (Par XIV, 63-65). E’ l’idea che la felicità sarà perfetta e totale in Paradiso non tanto per la resurrezione dei propri corpi, ma per la resurrezione delle persone che amammo. Ci sarà restituito tutto, perfino il loro sorriso perduto e il loro sguardo.

    E trasfigurati in una eterna giovinezza come quella che è evidente in Maria quando appare ai veggenti (da Lourdes a Medjugorje) che, fra l’altro, la descrivono bellissima. La Madonna è infatti la prima dopo Gesù ad essere entrata nella gloria col suo stesso corpo. Il dogma dell’Assunzione ha questo significato: che tutto il nostro corpo è sacro. Ed è destinato all’eternità. Alla divinizzazione. I “gesti” con cui Gesù ci abbraccia, ci sostiene e ci trasfigura sulla terra – cioè i sacramenti – sono tutti legati a segni fisici. Trasformano anche il corpo. Niente come il cristianesimo esalta l’uomo, fin nella sua povera corporeità.

    Con l’Eucaristia, fatta per struggersi in un cuore umano, entra nel cristiano la stessa Trinità: “per questo divino e ineffabile contatto”, dice il teologo, “l’anima e anche il corpo del cristiano diventano più sacri della pisside e delle stesse specie sacramentali” (Royo Marin).

    Per questo non stupisce che la Chiesa, nella liturgia funebre, incensi il corpo dell’uomo che appartiene al corpo stesso di Cristo. E non stupisce che il corpo dei santi sia particolarmente venerato. Infatti in molti casi Dio si degna di fare miracoli proprio attraverso le reliquie dei santi. Padre Pio oltretutto portò nel suo stesso corpo i segni prodigiosi della crocifissione di Gesù, e per 50 anni, contro ogni legge naturale e biologica. La sua carne e il suo sangue emanavano il profumo di Cristo.

    Così il corpo dei santi trasforma tutta la terra in altare e prepara la festa della resurrezione finale. Ricordate Alioscia Karamazov ? Rifiutando il padre biologico, descritto da Dostoevskij come fisicamente e moralmente brutto, il giovane scelse un padre spirituale dentro la vita monastica: lo starec Zosima. Ma fu sconvolgente per lui, alla morte del monaco, percepire, dopo poche ore, i segni della sua decomposizione fisica. Finché comprese, nel pianto, che quella era l’ultima lezione che gli dava lo starec. Capì che il corpo dei cristiani è il seme della prossima resurrezione e, disteso, abbracciò amorosamente la terra. Che “geme per le doglie del parto”. Finché vedremo la bellezza di “cieli nuovi e terra nuova” dove la giustizia ha stabile dimora e non c’è più il pianto.

    E’ l’unica giustizia possibile. Il filosofo della Scuola di Francoforte, Theodor Adorno, pur marxista, osservò che una vera giustizia richiederebbe un mondo “in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma anche fosse revocato ciò che è irrevo cabilmente passato”. Concluse che dunque ci vorrebbe “la resurrezione della carne”.

    E’ precisamente questa giustizia che la Chiesa annuncia, anche con la venerazione del corpo dei santi. Annuncia la risurrezione. Duemila anni fa gli intellettuali di Atene – dopo aver ascoltato con interesse Paolo – si misero di colpo a irriderlo appena annunciò la risurrezione dei morti. Come se fosse un ciarlatano o un matto. Il cristianesimo è questa rivoluzione (la sola!), una “notizia da pazzi”, non una minestrina di regole di buona educazione e di buoni sentimenti. Infatti si parlò di follia ieri sull’Areopago come oggi sulle colonne del Corriere della sera.

    Antonio Socci

     

    La pace del Signore risorto sia con tutti voi

    April 16

    IL SANTO PADRE PARLA DI PEDOFILIA

    Benedetto XVI: i pedofili saranno totalmente esclusi dal sacerdozio


    A BORDO DEL VOLO PAPALE, martedì, 15 aprile 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha confermato che farà "tutto il possibile" affinché non si ripetano i casi di sacerdoti pedofili che hanno scosso la Chiesa cattolica negli Stati Uniti.

    I pedofili saranno totalmente esclusi dal sacerdozio, ha assicurato il Papa nel corso di una conferenza stampa con 70 giornalisti che lo accompagnavano nel boeing 777 dell'Alitalia, lo "Shepherd One", verso Washington.

    "E' davvero una grande sofferenza per la Chiesa negli Stati Uniti, per la Chiesa in generale e per me personalmente che questo possa essere accaduto", ha detto.

    "Se leggo le storie di queste vittime, trovo difficile capire come sia stato possibile che i sacerdoti abbiano tradito in questo modo la loro missione di aiutare, di dare l'amore di Dio a questi bambini", ha aggiunto.

    "Proviamo una profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché non possa accadere in futuro", ha affermato.

    Il Santo Padre ha assicurato che la Chiesa cercherà di selezionare i candidati al sacerdozio di modo che solo le persone realmente integre possano essere ammesse, e ha segnalato che è più importante avere buoni sacerdoti che averne molti.

    Il Papa ha risposto per circa venti minuti a cinque domande dei giornalisti, nelle quali, come conferma "L'Osservatore Romano", il quotidiano della Santa Sede, ha anticipato i temi che affronterà nel suo viaggio negli Stati Uniti.

    Ha infatti sottolineato il profilo eminentemente religioso e pastorale del suo viaggio, le aspettative per l'incontro con i cattolici americani, con gli ebrei e con i rappresentanti delle altre Chiese e Confessioni cristiane, l'atteso appuntamento alle Nazioni Unite per il sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani.

    Si è infine soffermato sulla crescente presenza negli Stati Uniti di immigrati da Paesi dell'America Latina, sottolineando il fatto che, trattandosi soprattutto di cattolici, la loro presenza rappresenta una sfida per la Chiesa chiamata ad affiancarli con grande sollecitudine pastorale, nella consapevolezza del rischio di disgregazione che corrono le loro famiglie.

    Fonte ZENIT.org

    La pace del Signore sia con tutti voi

     

    April 14

    P: Giovanni Scanavino Vescovo di Orvieto parla della nuova evangelizzazione

    Dalla Galilea all’Europa
    Le riflessioni del Vescovo di Orvieto-Todi dopo la convivenza dei Vescovi europei alla Domus Galilaeae.


    Invitati dai responsabili del Cammino neocatecumenale, ci siamo ritrovati sulle orme dei primi discepoli nella nuovissima “Domus Galilaeae”, sul monte delle Beatitudini di fronte al lago di Tiberiade. Eravamo 170 vescovi di tutta Europa (quattro della regione Umbria) e là idealmente ci aspettava Gesù risorto (cfr. Mt 28,7 e Mc 16,7) per indicarci le strade della nuova evangelizzazione dell’Europa. Strade nuove aperte in questi anni da coraggiose famiglie del Cammino, che hanno inteso far rivivere lo spirito delle prime comunità cristiane, quelle di Atti 2,42 e 4,32ss, per rispondere alla sfida dell’attuale cultura europea, che si qualifica soprattutto come “cultura di morte”. Accanto a queste famiglie missionarie, tutte ricche di vita e di figli, una nuova schiera di sacerdoti preparati nei numerosi seminari Redemptoris Mater, sparsi in tutta Europa, per lanciare la nuova evangelizzazione proposta da Giovanni Paolo II, attraverso la predicazione della Parola, un lungo cammino catecumenale e la formazione di comunità senza sconti. La fotografia e la diagnosi di questa Europa è stata pennellata ripetutamente da uno dei fondatori del Cammino, Kiko Arguello, a tinte piuttosto oscure, anche se molto vicina alla realtà. Ma è soprattutto la cura di questa Europa che ci deve interessare e che richiede non solo tutta la nostra attenzione, ma la nostra specifica responsabilità di pastori, per fare tutto il possibile e non ripetere qualche errore recente che va umilmente riconosciuto. Cominciamo da un errore, sottolineato dal card. Schoenborn, arcivescovo di Vienna. Nel periodo dell’Humanae vitae di Paolo VI, la gerarchia cattolica non fu così compatta e coraggiosa nel sostenere la dottrina proposta dal Papa, e questo disorientamento ha prodotto una maggiore diffusione del pensiero anticattolico nell’interpretazione del valore della sessualità e della vita umana. Oggi dobbiamo ritrovare questa unità e questo coraggio. Tutto il possibile richiede poi una testimonianza forte dell’identità cristiana. Va recuperata la centralità della Parola, perché ogni cristiano possa entrare attivamente come collaboratore di Dio nella ri-creazione di questo mondo. Va rivissuto il battesimo - e con esso i sacramenti dell’iniziazione cristiana - con una adeguata formazione seria che duri nel tempo, perché sull’immagine di Cristo - Uomo nuovo possano nascere e manifestarsi uomini e donne veramente nuovi. Vanno ricostruite comunità secondo lo stile apostolico, dove la comunione sia resa visibile dall’unità nella carità e dalla coerenza al Vangelo. Oggi in modo particolare vanno testimoniate l’apertura costante alla vita nella gestione del matrimonio e della sessualità, e una nuova forma di condivisione dei beni. Questa cura è particolarmente proposta dal Cammino neocatecumenale, che è riconosciuto oggi dalla Chiesa come uno dei suoi carismi. Ma nella sua essenzialità questo carisma e questa cura riguardano la missione di tutta la Chiesa: ci deve far riflettere, mentre cerchiamo di capire la responsabilità che il Signore intende affidarci per il bene di questa Europa.

    † P. Giovanni Scanavino Vescovo di Orvieto-Todi

    Tratto dal sito: La Voce.it, settimanale dell'Arcidiocesi di Perugia - La Pieve

     

    La pace del Signore risorto sia con voi


    April 02

    DOCUMENTO DI 9 CARDINALI E 160 VESCOVI EUROPEI SUL CAMMINO NEOCATECUMENALE

    Documento di 9 cardinali e 160 vescovi europei sul Cammino Neocatecumenale
    Al termine dell'incontro in Terra Santa presso la Domus Galilaeae sul Monte delle Beatitudini.


    Dalla Terra Santa, Sara Fornari

    Al termine dell’incontro in Terra Santa promosso dai responsabili del Cammino Neocatecumenale Kiko Argüello, Carmen Hernandez e padre Mario Pezzi per riflettere sulla nuova evangelizzazione del vecchio continente, i nove cardinali ed i 160 arcivescovi e vescovi europei presenti, hanno reso noto ieri un documento finale. “Nel luogo dove Gesù proclamò le Beatitudini e da dove inviò gli Apostoli per la missione universale – si legge - noi vescovi riconosciamo con gratitudine che, tra le numerose grazie concesse dallo Spirito Santo alla Chiesa del nostro tempo, il Cammino Neocatecumenale rappresenta, con il suo itinerario di iniziazione cristiana, un carisma potente per rafforzare lo slancio missionario che sorge dalla rigenerazione battesimale e dare una risposta alla situazione drammatica della scristianizzazione dell’Europa”. “Dichiariamo – proseguono i presuli - che l’avvenire del Cammino Neocatecumenale dipenderà per gran parte dall’amore paterno con il quale noi vescovi accoglieremo questo carisma, accompagneremo da vicino i Seminari Redemptoris Mater e incoraggeremo le famiglie tanto preziose delle Comunità Neocatecumenali, inserendole sempre di più nella vita delle Chiese locali”. All’incontro, svoltosi alla “Domus Galilaeae” a Korazim, sul monte delle Beatitudini, di fronte al lago di Tiberiade, hanno partecipato il cardinale Paul Josef Cordes, presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”; il presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, cardinale Stanislaw Rylko; l’arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin; l’arcivescovo di Madrid e presidente della Conferenza episcopale spagnola, cardinale Antonio Maria Rouco Varela; l’arcivescovo di Colonia, cardinale Joachim Meisner; il primate di Polonia, cardinale Józef Glemp e l’arcivescovo di Sarajevo, cardinale Vinko Puljic. Erano inoltre presenti l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, e il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, che hanno sottolineato la grave situazione dell’Europa, in cui famiglia e moralità si stanno sgretolando. “Promuovere l’evangelizzazione - hanno affermato - significa rinnovare la famiglia e quindi rinnovare l’Europa”. Il Cammino neocatecumenale, basato su comunità ispirate alla vita della Santa Famiglia di Nazareth, ha un’esperienza decennale di missione nelle aree più scristianizzate d’Europa.

    Fonte: Bollettino di Radio Vaticana

     

    La pace del Signore sia con voi


    March 31

    RADUNO DEI VESCOVI D'EUROPA IN GALILEA

    Un convegno in Galilea, promosso dal Cammino neocatecumenale, per riflettere sulla nuova evangelizzazione dell'Europa

     Si sta concludendo in questi giorni in Galilea il convegno promosso dai responsabili del Cammino neocatecumenale Kiko Argüello, Carmen Hernandez e padre Mario Pezzi, per riflettere sulla nuova evangelizzazione dell’Europa. Al convegno, apertosi lunedì scorso presso la Domus Galilaeae (il centro internazionale che sorge sul monte delle Beatitudini) hanno partecipato 170 vescovi tra cui oltre 40 italiani, 25 provenienti dalla Polonia, 15 dalla Spagna ma anche da molti altri Paesi dell’Europa, orientale e occidentale. I partecipanti al raduno – tra cui nove cardinali - sono stati salutati da un telegramma del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, recante i saluti e la benedizione di Benedetto XVI. Tra i presenti l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schoenborn, e il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, che hanno sottolineato la grave situazione dell’Europa, in cui famiglia e moralità si stanno sgretolando: occorre, quindi, promuovere l’evangelizzazione, che significa rinnovare la famiglia e rinnovare l’Europa. Al convegno sono intervenuti anche il cardinale Paul Josef Cordes, presidente del pontificio consiglio "Cor Unum", e il presidente del pontificio consiglio dei Laici, cardinale Stanislaw Rylko, che sabato presiederà l’Eucaristia conclusiva. Presenti, inoltre, il primate di Francia e arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin; l’arcivescovo di Madrid e presidente della Conferenza episcopale spagnola, cardinale Antonio Maria Varela Rouco; l’arcivescovo di Colonia, cardinale Joachim Meisner; il primate di Polonia, cardinale Józef Glemp e l’arcivescovo di Sarajevo, cardinal Vinko Puljić. Il raduno sulla nuova evangelizzazione si concluderà domattina con l’inaugurazione di una scultura in bronzo realizzata da Kiko Argüello, che rappresenta il Sermone della montagna - il Cristo che ammaestra gli apostoli - e che è posto come copertura di una nuovissima cappella dedicata all’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. Questo piccolo monastero, che sorge al centro della Domus Galilaeae e di fronte al lago di Tiberiade, sul monte dove il Signore pronunciò il discorso che è cuore del Cristianesimo, sarà luogo di preghiera a sostegno dell’evangelizzazione, del dialogo ecumenico e – secondo l’auspicio espresso per questo centro da Papa Giovanni Paolo II - a sostegno del dialogo con l’Ebraismo. L’inaugurazione del complesso architettonico e scultoreo sarà presenziata dal Patriarca Latino di Gerusalemme, dal Custode di Terra Santa e dal nunzio apostolico, oltre che dalle autorità civili della regione. (A cura di Sara Fornari)

    La pace del Signore sia con voi

    INAUGURAZIONE CAPPELLA PER L'ADORAZIONE EUCARISTICA PERMANENTE SUL MONTE DELLE BEATITUDINI

    Sul Monte delle Beatitudini, in Galilea, inaugurata una cappella per l'adorazione perpetua
    Ospitata dal centro "Domus Galilei" del Cammino neocatecumenale

    di Sara Fornari

    E’ stata inaugurata stamattina (Sabato 29 Marzo, ndr)una cappella per l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento sul Monte delle Beatitudini. Alla cerimonia, presieduta da Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme, erano presenti, oltre alle autorità civili della regione, anche sacerdoti e catechisti itineranti e circa 170 vescovi da diversi Paesi d’Europa. I presuli hanno partecipato al Convegno sulla nuova evangelizzazione promossa dal responsabile del Cammino neocatecumenale, Kiko Argüello, da Carmen Hernandez e padre Mario Pezzi, convegno svoltosi questa settimana presso la "Domus Galilei", il centro gestito dal Cammino neocatecumenale in località Korazym, proprio sul Monte delle Beatitudini. La cappella per l’adorazione del Santissimo è inserita all’interno di un moderno complesso architettonico ideato da Kiko Arguello, comprendente 20 cellette e un colonnato formato di sette colonne con archi che rappresentano i Sacramenti. Questo piccolo monastero con vista sul lago di Tiberiade sarà luogo di preghiera a sostegno dell’evangelizzazione, del dialogo ecumenico e, secondo l’auspicio espresso per questo centro da Papa Giovanni Paolo II, a sostegno del dialogo con il mondo ebraico. La cappella per l’adorazione poi, è sovrastata da un complesso scultoreo in bronzo realizzato da Kiko Argüello che rappresenta il sermone della montagna, Cristo con i 12 apostoli proprio sul monte dove il Signore pronunciò il discorso che è cuore del cristianesimo.
     
    La pace del Signore sia con tutti voi
    March 28

    Omelia Pasquale dell'Arcivescovo di Palermo, mons. Paolo Romeo

    Pubblico l'Omelia Pasquale dell'Arcivescovo mons.Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo.

    "Rallegriamoci ed esultiamo", Cristo è risorto! E' veramente risorto

    Cattedrale, 23 marzo 2008
    Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro” (cf. Gv 20,1).
    Fratelli e sorelle amati dal Signore ed a me carissimi!
    1. Inizia così la narrazione dell’evangelista Giovanni che abbiamo appena proclamato in questa Domenica di Pasqua. Una narrazione che parte dall’ordinario delle cose, da un giorno – il primo dopo il sabato del riposo, sacro per i Giudei – in cui si ritorna all’ordinarietà della vita, alla consuetudine delle azioni di ogni giorno.
    Abbiamo tutti ascoltato come Maria di Magdala si rechi al sepolcro di Gesù, col cuore di chi vuole soltanto piangere un caro che è venuto a mancare, e desidera dargli giusta sepoltura.
    Doveva essere un mattino come tanti quel “primo giorno dopo il sabato”. Un nuovo giorno in cui continuare a sentire la tristezza di non avere più accanto il Maestro, di non ascoltarne più la Parola, di non sperimentarne i gesti di perdono e di guarigione.
    Eppure, in quel mattino ancora buio, quasi intonato all’oscurità del cuore di Maria di Magdala, ecco che irrompe lo straordinario e l’inatteso: la pietra è rotolata dal sepolcro, il corpo di Gesù non è più lì, tanto che Maria crede sia stato portato via! E “il primo giorno dopo il sabato” diventa il primo giorno della nuova creazione, della creazione e ricapitolazione di tutte le cose in Cristo Risorto.
    Quel mattino comincia a rischiarare di una luce diversa. Maria di Magdala corre ad avvertire i discepoli. Due di loro accorrono anch’essi al sepolcro. Lì trovano i segni di un evento incredibile: i teli posati, il sudario a parte. L’alba del giorno della risurrezione è come l’inizio della fede pasquale: il Discepolo amato vede le bende per terra ed entrato nel sepolcro vuoto, comincia a credere alla parola di Gesù riguardo alla risurrezione dai morti.
    2. Abbiamo partecipato anche noi a questa narrazione così misteriosa, eppure così fondamentale, per la nostra fede. Siamo venuti anche noi, in questo giorno solenne, a condividere con Maria di Magdala, con Simon Pietro e col Discepolo amato, lo stupore per l’evento della risurrezione di Cristo.
    Proprio noi che, come loro, lo abbiamo seguito in questi giorni del Sacro Triduo, nelle sue vicende di Passione e Morte, nella sua donazione d’amore lenta e silenziosa, drammatica e violenta.
    Lo abbiamo seguito col cuore gonfio di commozione. Lo abbiamo contemplato con l’animo pieno di attesa e di trepidazione per l’evento che oggi possiamo celebrare con la gioia piena: Cristo è risorto! Egli è veramente risorto!
    Ed entrando oggi in questa Chiesa Cattedrale anche il mio cuore si è rivolto con gratitudine e stupore a questo grande mistero, reso come presente dall’immagine del Cristo vittorioso che accoglie il popolo santo di Dio che entra in questo tempio, e che abbraccia guida e incoraggia con la sua luce ogni fedele della Chiesa di Palermo.
    3.Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo”. Così il salmo responsoriale ci ha fatto cantare. E’ il giorno della nuova creazione dell’umanità. Il giorno che Dio ha riservato per la sua azione di grazia e di salvezza. Il giorno che Dio ha fatto per la vittoria sul peccato e sulla morte.
    Ma c’è di più. Questo giorno, di esultanza e di gioia, di luce e di stupore, il Signore lo ha fatto per noi. Sì! Proprio per noi, per tutti e singoli gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
    Un giorno che è senza tempo e senza fine, come eterna è la salvezza donata a noi dalla risurrezione di Cristo. Un giorno in cui entriamo da peccatori per vivere da figli di Dio, redenti, rinnovati, purificati. In una parola: risorti.
    Questo giorno appartiene al Cristo vittorioso e trionfante. Ma appartiene anche a noi nella misura in cui con lui vinciamo e trionfiamo sulle nostre passioni, sul nostro egoismo, sul nostro peccato.
    In questo giorno, nella luminosità del mattino della risurrezione, Gesù ci dice chiaramente che c’è una vita che va ben oltre quella fisica, fatta di debolezza e caducità.
    C’è una vita eterna che discende direttamente dal suo sacrificio, e che in lui, si apre a noi suoi fratelli. La vita vera, quella donata da Dio, quella pensata da Dio per me, quella più autenticamente nostra, è quella che il Risorto mi insegna a vivere, al di là dei miei limiti umani.
    4. A te, fratello, sorella, che, come Maria di Magdala, siete venuti in questo mattino di Pasqua ancora con la buia tristezza nel cuore, dico: Cristo non vi ha lasciati da soli! A voi che pensate che tutto si chiuda quando si chiudono gli occhi, dico: Cristo vi ha aperto lo sguardo sull’eternità.
    Egli risorge nel suo vero corpo, e indica, con la sua umanità glorificata, una strada verso il cielo!
    Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù” (cf. Col 3,1). Il monito di san Paolo ascoltato nella seconda lettura, ci pone, come cristiani, tra la Pasqua di Cristo e la sua manifestazione futura nella gloria: ci è dato un tempo per sviluppare la nostra vita come vita spirituale in Cristo, e percorrere una strada che è fatta di mente e cuore rivolti alle cose del cielo, le uniche per le quali vale la pena di vivere.
    Morti in Cristo, manifestiamo la nuova vita in lui! Sepolti nella sua morte, dal sepolcro della nostra miseria risorgiamo, per rompere con il peccato, per vivere di gloria, per camminare verso il cielo.
    Cercare le cose di lassù è vivere da risorti. Ed è – in realtà – l’unico modo di vivere in pienezza la propria identità di uomini e di donne, la bellezza di essere figli nel Figlio.
    Cercare le cose di lassù è la continua sfida che la risurrezione del Signore Gesù ci propone, per uscire dagli schemi umani che relegano Dio ai margini dell’uomo e della società, e farlo ritornare al centro della nostra vita.
    Signore della Vita, Egli ci offre tutta la sua vita, la sua grandezza, il suo sguardo, il suo perdono, la sua gloria. Nella Chiesa, nei fratelli, nella sua Parola. Egli cammina i passi dell’umanità, resta accanto all’uomo confuso e deluso perché più non tema la morte fisica, e – soprattutto – perché più non tema la morte spirituale del peccato.
    Cercare le cose di lassù è impresa ardua, ma non impossibile da realizzarsi. Quelle di lassù sono le cose del cielo. Quelle che Gesù indicò nella sua predicazione. Quelle che seppe elargire con i suoi gesti. Quelle che furono segnate dalla speranza che riuscì a donare. Egli, che aveva donato il cielo ai suoi discepoli, lo indica oggi all’umanità, aprendo la via del Regno eterno.
    5. Cercare le cose del cielo è vivere da risorti. Ed è – in fondo – cercare il cielo in tutte le cose. Il cielo di Cristo, in ogni nostra azione quotidiana, in ogni nostra parola, in ogni nostra scelta. Come pure in ogni nostro ambiente di vita, di lavoro. Nelle nostre relazioni con i fratelli. Come pure nella nostra Chiesa, Sposa nata dal suo fianco squarciato sulla Croce.
    Questa è la testimonianza della risurrezione che siamo chiamati a dare. Come Pietro nel significativo discorso che abbiamo ascoltato, siamo chiamati a testimoniare autenticamente che la nostra vita è cambiata nell’incontro con il Dio Vivente. Non con un ideale, né con una regola morale. Piuttosto con il Dio che vive in eterno e ci da’ la possibilità di vincere con lui per sempre, perché il nostro peccato viene distrutto dalla potenza del suo nome, e ogni morte viene sconfitta dalla forza della sua vita. Questa remissione dei peccati è epifania del Risorto, manifestazione gioiosa e gloriosa della sua azione che ancora continua e che mai cesserà.
    Oltre la pietra ribaltata, oltre il sepolcro vuoto, oltre il buio, siamo tutti invitati a vedere la luce del Risorto, che ci chiama ancora a vita nuova, che ci ricostruisce la vita, che ci apre alla speranza. E’ giorno di gioia perché non è più tempo di indugiare, tentennare, adagiarsi. L’invito è chiaro e forte, deciso e decisivo ad un tempo: non si può più cercare la Vita nei sentieri di morte, perché non si può più cercare tra i morti colui che è l’Autore della Vita, il Vivente. Egli vive! Questo ci basta! Perché se egli vive nulla ci può mancare, nulla può fallire, nulla può vincere la forza della Vita nuova che Dio ci ha voluto elargire.

    La pace del Signore Risorto sia con tutti voi

    March 23

    BUONA PASQUA

    Cristo è risorto!!!
    E' veramente risorto!!!
    Alleluia!!!
     
    Auguro una santa Pasqua di Risurrezione a tutti voi. Spero che anche voi possiate risorgere insieme a Cristo!!!
     
    La pace del Signore sia con voi.
    March 10

    PAROLA DI DIO: CAMMINO DI SANTIFICAZIONE

    Dopo aver riscontrato la scarsità dei commenti sugli articoli pubblicati ho pensato che una delle cause potesse essere la lunghezza di questi ultimi. A tal proposito, ho deciso, per incoraggiare la lettura, di inserire un breve riassunto del testo per delineare i punti fondamentali dell'articolo in modo rendere più gradevole scorrevole la lettura e per incuriosire il lettore.

    Nella terza predica quaresimale, Padre Cantalamessa si sofferma sull'importanza di accogliere la Parola di Dio come "cammino di santificazione personale".

    Tre sono le tappe di questo cammino: accogliere la parola, meditare la parola e mettere in pratica la parola.

    E' necessario accogliere la Parola, mettersi dinnanzi a questo specchio che è la Parola di Dio è la prima tappa del cammino di santificazione. Subito dopo è necessario meditarla, scrutandola, o meglio ancora, "lasciandosi scrutare da essa. E' necessario che questa Parola risuoni in noi e faccia eco per dimostrare a noi stessi ciò che realmente siamo. Lasciarsi scrutare dalla Parola per mostrarci la nostra realtà. Infine è necessario che la Parola di Dio non rimanga un eco nel nostro cuore, ma è necesario che venga messa in pratica, che venga obbedita. In questo sta il Cammino di santificazione alla luce della Parola.

    Dunque è necessario che chi voglia ascoltare Dio e porsi in obbedienza si metta in Cammino, un cammino che riscopra, a mio avviso, la bellezza di essere cristiani!

    La pace del Signore sia con voi

     

    Terza predica


    “ACCOGLIETE LA PAROLA”

    La parola di Dio, come cammino di santificazione personale



    1. La lectio divina

    In questa meditazione riflettiamo sulla parola di Dio come cammino di santificazione personale. I Lineamenta redatti in preparazione al Sinodo dei vescovi (Ottobre 2008) ne trattano in un paragrafo del capitolo II, dedicato a “la parola di Dio nella vita del credente”.

    Si tratta di un tema quanto mai caro alla tradizione spirituale della Chiesa. “La parola di Dio - diceva S. Ambrogio - è la sostanza vitale della nostra anima; essa la alimenta, la pasce e la governa; non c'è altra cosa che possa far vivere l'anima dell'uomo, all'infuori della parola di Dio” 1. “Nella parola di Dio - aggiunge la Dei Verbum - è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale” 2.

    “È necessario – scriveva Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte - che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta e plasma l’esistenza” 3. Sul tema si è espresso anche il Santo Padre Benedetto XVI- in occasione del Convegno internazionale sulla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa: “L’assidua lettura della sacra Scrittura accompagnata dalla preghiera realizza quell’intimo colloquio in cui, leggendo, si ascolta Dio che parla e, pregando, gli si risponde con fiduciosa apertura del cuore” 4.

    Con le riflessioni che seguono mi inserisco in questa ricca tradizione, partendo da ciò che su questo punto ci dice la stessa Scrittura. Nella lettera di san Giacomo leggiamo questo testo sulla parola di Dio:

    Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo come una primizia delle sue creature. Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira... Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla (Gc 1, 18-25).

    2. Accogliere la parola

    Dal testo di Giacomo ricaviamo uno schema di lectio divina fatto di tre tappe o operazioni successive: accogliere la parola, meditare la parola, mettere in pratica la parola.

    La prima tappa è dunque l'ascolto della Parola: “Accogliete con docilità la Parola che è stata seminata in voi”. Questa prima tappa abbraccia tutte le forme e i modi con cui il cristiano viene in contatto con la parola di Dio: ascolto della Parola nella liturgia, facilitato ormai dall'uso della lingua volgare e dalla sapiente scelta dei testi distribuiti lungo l'anno; poi, scuole bibliche, sussidi scritti e, insostituibile, la lettura personale della Bibbia nella propria casa. Per chi è chiamato a insegnare agli altri, a tutto ciò si aggiunge lo studio sistematico della Bibbia: esegesi, critica testuale, teologia biblica, studio delle lingue originali.

    In questa fase bisogna guardarsi da due pericoli. Il primo è quello di fermarsi a questo primo stadio e di trasformare la lettura personale della parola di Dio in una lettura “impersonale”. Questo pericolo è molto forte oggi, soprattutto nei luoghi di formazione accademica.

    San Giacomo paragona la lettura della parola di Dio a un guardarsi nello specchio; ma, osserva Kierkegaard, chi si limita a studiare le fonti, le varianti, i generi letterari della Bibbia, senza fare altro, somiglia a uno che passa tutto il tempo a guardare lo specchio – esaminandone accuratamente la forma, il materiale, lo stile, l’epoca -, senza mai guardarsi nello specchio. Per lui lo specchio non assolve la propria funzione. La parola di Dio è stata data perché tu la metta in pratica e non perché tu ti eserciti nell'esegesi delle sue oscurità. C'è una “inflazione di ermeneutica” e, quel che è peggio, si crede che la cosa più seria, riguardo alla Bibbia, sia l'ermeneutica, non la pratica 5.

    Lo studio critico della parola di Dio è indispensabile e non si è mai abbastanza grati a coloro che spendono la vita per spianare la strada a una sempre migliore comprensione del testo sacro, ma esso non esaurisce da solo il senso delle Scritture; è necessario, ma non sufficiente.

    L’altro pericolo è il fondamentalismo: il prendere tutto quello che si legge nella Bibbia alla lettera, senza alcuna mediazione ermeneutica. Questo secondo rischio è molto meno innocuo di quanto possa sembrare a prima vista e l’attuale dibattito su creazionismo ed evoluzionismo ne è la drammatica riprova.

    Quelli che difendono la lettura letterale della Genesi (il mondo creato qualche migliaio di anni fa, in sei giorni, così come è ora) recano un danno immenso alla fede. “I giovani cresciuti in famiglie e in chiese che insistono in questa forma di creazionismo - ha scritto lo scienziato credente Francis Collins, direttore del progetto che ha portato alla scoperta del genoma umano - presto o tardi scoprono la schiacciante evidenza scientifica in favore di un universo assai più vecchio e la connessione tra loro di tutte le creature viventi per il processo di evoluzione e di selezione naturale. Quale terribile e inutile scelta si trovano davanti!...Non c’è da meravigliarsi se molti di questi giovani voltano le spalle alla fede, concludendo di non potere credere in un Dio che chiede loro di rigettare ciò che la scienza insegna loro con tanta evidenza intorno all’universo naturale” 6.

    Solo apparentemente i due eccessi, dell’ipercriticismo e del fondamentalismo, sono opposti: essi hanno in comune il fatto di fermarsi alla lettera, trascurando lo Spirito.

    3. Contemplare la Parola

    La seconda tappa suggerita da san Giacomo consiste nel “fissare lo sguardo” sulla parola, nello stare a lungo davanti allo specchio, insomma nella meditazione o contemplazione della Parola. I Padri usavano a questo riguardo le immagini del masticare e del ruminare. “La lettura - scrive Guigo II, il teorico della lectio divina - offre alla bocca un cibo sostanzioso, la meditazione lo mastica e lo frantuma”7. “Quando uno richiama alla memoria le cose udite e dolcemente le ripensa in cuor suo, diventa simile al ruminante”, dice Agostino 8.

    L'anima che si guarda nello specchio della Parola impara a conoscere “com'è”, impara a conoscere se stessa, scopre la sua difformità dall'immagine di Dio e dall'immagine di Cristo. “Io non cerco la mia gloria”, dice Gesù (Gv 8, 50): ecco, lo specchio è davanti a te e subito vedi quanto sei lontano da Gesù; “Beati i poveri di spirito”: lo specchio è di nuovo davanti a te e subito ti scopri pieno ancora di attaccamenti e pieno di cose superflue; “la carità è paziente...” e ti accorgi di quanto tu sei impaziente, invidioso, interessato.

    Più che “scrutare la Scrittura” (cf. Gv 5, 39), si tratta di lasciarsi scrutare dalla Scrittura. La parola di Dio, dice la Lettera agli Ebrei, “penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12-13). La preghiera migliore con cui iniziare il momento della contemplazione della Parola è ripetere con il salmista:

    “Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,

    provami e conosci i miei pensieri:

    vedi se percorro una via di menzogna

    e guidami sulla via della vita” (Sal 139).

    Ma nello specchio della Parola, noi non vediamo soltanto noi stessi; vediamo il volto di Dio; meglio, vediamo il cuore di Dio. La Scrittura, dice san Gregorio Magno, è “una lettera di Dio onnipotente alla sua creatura; in essa si impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio” 9. Anche per Dio vale il detto di Gesù: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12, 34); Dio ci ha parlato, nella Scrittura, di ciò che riempie il suo cuore e ciò che riempie il suo cuore è l'amore.

    La contemplazione della Parola ci procura in tal modo le due conoscenze più importanti per avanzare sulla strada della vera sapienza: la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio. “Che io conosca me e che io conosca te, noverim me, noverim te - diceva a Dio sant’Agostino –; che io conosca me per umiliarmi e che io conosca te per amarti”.

    Un esempio straordinario di questa duplice conoscenza, di sé e di Dio, che si ottiene dalla parola di Dio è la lettera alla chiesa di Laodicea nell’Apocalisse che vale la pena meditare ogni tanto, specie in questo tempo di Quaresima (cf. Ap 3, 14-20). Il Risorto mette a nudo anzitutto la reale situazione del fedele tipico di questa comunità: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”. Impressionante il contrasto tra quello che questo fedele pensa di sé e quello che di lui pensa Dio: “Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla’; non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”.

    Una pagina di una durezza insolita, che però viene immediatamente ribaltata da una delle descrizioni in assoluto più toccanti dell’amore di Dio: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. Una immagine che rivela il suo significato realistico e non solo metaforico, se letta, come suggerisce il testo, pensando al banchetto eucaristico.

    Oltre che per verificare lo stato personale della nostra anima, questa pagina dell’Apocalisse ci può servire per mettere a nudo la situazione spirituale di gran parte della società moderna davanti a Dio. È come una di quelle foto a raggi infrarossi scattate da un satellite artificiale che rivelano un panorama tutto diverso da quello abituale, osservato alla luce naturale.

    Anche questo nostro mondo, forte delle sue conquiste scientifiche e tecnologiche (come i laodiceni lo erano delle loro fortune commerciali), si sente soddisfatto, ricco, senza bisogno di nessuno, neppure di Dio. È necessario che qualcuno gli faccia conoscere la vera diagnosi del suo stato: “Tu non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”. Ha bisogno che qualcuno gli gridi, come fa il bambino nella favola di Andersen: “Il re è nudo!” Ma per amore e con amore, come fa il Risorto con i laodiceni.

    La parola di Dio assicura a ogni anima che lo vuole una fondamentale, e in sé infallibile, direzione spirituale. C’è una direzione spirituale, per così dire, ordinaria e quotidiana che consiste nello scoprire cosa Dio vuole nelle diverse situazioni in cui l'uomo, di solito, viene a trovarsi nella vita. Una tale direzione è assicurata dalla meditazione della parola di Dio accompagnata dall'unzione interiore dello Spirito che traduce la parola in buona “ispirazione” e la buona ispirazione in risoluzione pratica. È ciò che esprime il versetto del salmo tanto caro agli amanti della Parola: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105).

    Una volta predicavo una missione in Australia. L’ultimo giorno venne a trovarmi un uomo, un emigrato italiano che lavorava lì. Mi disse: “Padre, io ho un problema serio: ho un ragazzo di 11 anni che non è ancora battezzato. Il fatto è che mia moglie si è fatta testimone di Geova e non vuol sentir parlare di battesimo nella Chiesa cattolica. Se lo battezzo, ci sarà una crisi, se non lo battezzo non mi sento tranquillo perché quando ci sposammo eravamo entrambi cattolici e abbiamo promesso di educare nella fede i nostri figli. Che devo fare?”. Gli dissi: “Lasciami riflettere questa notte, torna domani mattina e vedremo cosa fare”. L’indomani quest’uomo mi viene incontro visibilmente rasserenato e mi dice: “Padre, ho trovato la soluzione. Ieri sera, tornato a casa, ho pregato per un po’, poi ho aperto a caso la Bibbia. Mi è venuto il passo dove Abramo porta il figlio Isacco all’immolazione e ho visto che quando Abramo porta il figlio Isacco all’immolazione non dice niente a sua moglie”. Era un discernimento esegeticamente perfetto. Battezzai io stesso il ragazzo e fu una momento di grande gioia per tutti.

    Questo di aprire la Bibbia a caso è una cosa delicata, che va fatta con discrezione, in un clima di fede e non prima di aver a lungo pregato. Non si può tuttavia ignorare che, a queste condizioni, esso ha dato spesso frutti meravigliosi ed è stato praticato anche dai santi. Di Francesco d’Assisi si legge, nelle fonti, che scoprì il genere di vita a cui Dio lo chiamava aprendo tre volte a caso, “dopo aver pregato devotamente”, il libro dei vangeli “disposti ad attuare il primo consiglio che si offrisse loro” 10. Agostino interpretò la parole “Tolle lege”, prendi e leggi, che udì da una casa vicina, come un ordine divino di aprire il libro delle Lettere di Paolo e di leggere il versetto che per primo gli si fosse presentato allo sguardo 11.

    Ci sono state anime che si sono fatte sante con l'unico direttore spirituale che è la parola di Dio. “Nel Vangelo - ha scritto santa Teresa di Lisieux - trovo tutto il necessario per la mia povera anima. Scopro sempre in esso luci nuove, significati nascosti e misteriosi. Capisco e so per esperienza che “il regno di Dio è dentro di noi”(cf. Lc 17, 21). Gesù non ha bisogno di libri né di dottori per istruire le anime; lui, il Dottore dei dottori, insegna senza rumore di parole” 12. Fu attraverso una parola di Dio, leggendo uno dopo l’altro i capitoli 12 e 13 della Prima Corinzi, che la santa scoprì la sua vocazione profonda ed esclamò giubilante: “Nel corpo mistico di Cristo io sarò il cuore che ama!”

    La Bibbia ci offre un’immagine plastica che riassume tutto quello che si è detto sul meditare la parola: quella del libro mangiato che si legge in Ezechiele:

    “Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto all'interno e all'esterno e vi erano scritti lamenti, pianti e guai. Mi disse: “Figlio dell'uomo, mangia questo rotolo, poi va' e parla alla casa d'Israele”. Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: “Figlio dell'uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele (Ez 2, 9-3, 3; cf. anche Ap 12,10).

    C'è una differenza enorme tra il libro semplicemente letto o studiato e il libro ingoiato. Nel secondo caso, la Parola diventa davvero, come diceva sant’Ambrogio, “la sostanza della nostra anima”, quello che informa i pensieri, plasma il linguaggio, determina le azioni, crea l’uomo “spirituale”. La Parola ingoiata è una Parola “assimilata” dall'uomo, sebbene si tratti di una assimilazione passiva (come nel caso dell'Eucaristia), cioè di un “essere assimilato” dalla Parola, soggiogato e vinto da essa, che è il principio vitale più forte.

    Nella contemplazione della parola abbiamo un modello dolcissimo, Maria; ella serbava tutte queste cose (alla lettera: queste parole) meditandole nel suo cuore (Lc 2, 19). In lei la metafora del libro ingoiato è diventata realtà anche fisica. La Parola le ha letteralmente “riempito le viscere”.

    4. Fare la Parola

    Arriviamo così alla terza fase del cammino proposto dall’apostolo Giacomo, quella su cui l’apostolo insiste di più: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola…, se uno ascolta soltanto e non mette in pratica…; chi la mette in pratica, troverà la sua felicità nel praticarla”. È anche la cosa che più sta a cuore a Gesù: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8, 21). Senza questo “fare la Parola”, tutto resta illusione, costruzione sulla sabbia. Non si può neppure dire di aver compreso la parola perché, come scrive san Gregorio Magno, la parola di Dio si capisce veramente solo quando si comincia a praticarla13 .

    Questa terza tappa consiste, in pratica, nell’obbedire alla parola. Il termine greco usato nel Nuovo Testamento per designare l’obbedienza (hypakouein) tradotto letteralmente, significa “dare ascolto”, nel senso di eseguire quello che si è ascoltato. “Il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito”, si lamenta Dio nella Bibbia (Sal 81,12).

    Appena si prova a ricercare, attraverso il Nuovo Testamento, in che cosa consiste il dovere dell’obbedienza, si fa una scoperta sorprendente e cioè che l’obbedienza è vista quasi sempre come obbedienza alla parola di Dio. San Paolo parla di obbedienza all’insegnamento (Rm 6, 17), di obbedienza al Vangelo (Rm 10, 16; 2 Ts 1, 8), di obbedienza alla verità (Gal 5, 7), di obbedienza a Cristo (2 Cor 10, 5). Troviamo lo stesso linguaggio anche altrove: gli Atti degli Apostoli parlano di obbedienza alla fede (At 6, 7), la Prima lettera di Pietro parla di obbedienza a Cristo (1 Pt 1, 2) e di obbedienza alla verità (1 Pt 1, 22).

    L’obbedienza stessa di Gesù si esercita soprattutto attraverso l’obbedienza alle parole scritte. Nell’episodio delle tentazioni del deserto, l’obbedienza di Gesù consiste nel richiamare le parole di Dio e attenersi a esse: “Sta scritto!” La sua obbedienza si esercita, in modo particolare, sulle parole che sono scritte di lui e per lui “nella legge, nei profeti e nei salmi” e che egli, come uomo, scopre a mano a mano che avanza nella comprensione e nel compimento della sua missione. Quando vogliono opporsi alla sua cattura, Gesù dice: “Ma come allora si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?” (Mt 26, 54). La vita di Gesù è come guidata da una scia luminosa che gli altri non vedono e che è formata dalle parole scritte per lui; egli desume dalle Scritture il “si deve” (dei) che regge tutta la sua vita.

    Le parole di Dio, sotto l’azione attuale dello Spirito, diventano espressione della vivente volontà di Dio per me, in un dato momento. Un piccolo esempio aiuterà a capire. In una circostanza mi accorsi che in comunità qualcuno aveva preso per errore un oggetto a mio uso. Mi accingevo a farlo notare e a chiedere che mi fosse ritornato, quando mi imbattei per caso (ma forse non era veramente per caso) con la parola di Gesú che dice: “Da' a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo” (Lc 6, 30). Compresi che quella parola non si applicava universalmente e in tutti i casi, ma che certamente si applicava a me in quel momento. Si trattava di obbedire alla parola.

    L’obbedienza alla parola di Dio è l’obbedienza che possiamo fare sempre. Di obbedienze a ordini e autorità visibili, capita di farne solo ogni tanto, tre o quattro volte in tutto nella vita, se si tratta di obbedienze serie; ma di obbedienze alla parola di Dio ce ne può essere una ogni momento. È anche l’obbedienza che possiamo fare tutti, sudditi e superiori, chierici e laici. I laici non hanno, nella Chiesa, un superiore cui obbedire – almeno non nel senso con cui ce l’hanno i religiosi e i chierici –; hanno però, in compenso, un “Signore” cui obbedire! Hanno la sua parola!

    Terminiamo questa nostra meditazione facendo nostra la preghiera che S. Agostino eleva a Dio, nelle sue Confessioni, per ottenere la comprensione della parola di Dio: “Siano le tue Scritture le mie caste delizie; ch'io non m'inganni su di esse, né inganni gli altri con esse... Volgi la tua attenzione sulla mia anima e ascolta chi grida dall'abisso... Concedimi tempo per meditare sui segreti della tua legge, non chiuderla a chi bussa… Ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce un piacere superiore a tutti gli altri. Dammi ciò che amo... Non abbandonare questo tuo filo d'erba assetato... Si aprano i recessi delle tue parole, a cui busso... Ti scongiuro per il Signore nostro Gesù Cristo... in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). Quei tesori io cerco nei tuoi libri” 14.

    ********

    1 S. Ambrogio, Exp. Ps. 118, 7,7 (PL 15, 1350).

    2 Dei Verbum, 21.

    3 Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 39).

    4 Benedetto XVI, in AAS 97, 2005, p. 957).

    5 S. Kierkegaard, Per l’esame di se stessi. La Lattera di Giacomo, 1,22, in Opere, a cura di C. Fabro, Firenze 1972, pp. 909 ss.

    6 F. Collins, Le language of God, Free Press 2006, pp. 177 s.

    7 Guigo II, Lettera sulla vita contemplativa (Scala claustralium), 3, in Un itinerario di contemplazione. Antologia di autori certosini, Edizioni Paoline, 1986, p.22.

    8 S. Agostino, Enarr. in Ps. 46, 1 (CCL 38, 529).

    9 S. Gregorio Magno, Registr. Epist. IV, 31 (PL 77, 706).

    10 Celano, Vita Seconda, X, 15

    11 S. Agostino, Confessioni, 8, 12.

    12 S. Teresa diLisieux, Manoscritto A, n. 236.

    13 S. Gregorio Magno, Su Ezechiele, I, 10, 31 (CCL 142, p. 159).

    14 S. Agostino, Conf. XI, 2, 3-4.

    BENEDETTO XVI: LA VITTORIA SULLA MORTE, AUTENTICA SPERANZA

    Commentando nell'Angelus la resurrezione di Lazzaro

    CITTA' DEL VATICANO, domenica, 9 marzo 2008 (ZENIT.org).- L'autentica speranza dell'essere umano è la fiducia nel fatto che Dio è più grande della morte, ha affermato Benedetto XVI.

    Il Papa ha approfondito questa realtà, centrale per il cristianesimo, commentado in occasione della preghiera mariana dell'Angelus il brano evangelico della resurrezione di Lazzaro (Giovanni 11, 1-45), "prova vivente della divinità di Cristo, Signore della vita e della morte".

    Rivolgendosi alle migliaia di pellegrini presenti in piazza San Pietro in Vaticano, il Pontefice ha constatato che "questa pagina evangelica mostra Gesù quale vero Uomo e vero Dio".

    Da una parte, infatti, mostra la sua umanità, perché "l'evangelista insiste sulla sua amicizia con Lazzaro e le sorelle Marta e Maria. Egli sottolinea che a loro 'Gesù voleva molto bene' (Gv 11,5), e per questo volle compiere il grande prodigio".

    Dall'altro lato, manifesta la sua divinità, "esprimendo con la metafora del sonno il punto di vista di Dio sulla morte fisica: Dio la vede appunto come un sonno, da cui ci può risvegliare".

    "Gesù ha dimostrato un potere assoluto nei confronti di questa morte", ha detto il Papa dalla finestra del suo studio, ricordando altri brani evangelici, come quello del figlio della vedova di Nain (cfr. Lc 7,11-17) e quello della fanciulla di dodici anni (cfr. Mc 5,35-43).

    "Questa signoria sulla morte non impedì a Gesù di provare sincera com-passione per il dolore del distacco. Vedendo piangere Marta e Maria e quanti erano venuti a consolarle, anche Gesù 'si commosse profondamente, si turbò' e infine 'scoppiò in pianto'".

    "Il cuore di Cristo è divino-umano - ha spiegato il Papa -: in Lui Dio e Uomo si sono perfettamente incontrati, senza separazione e senza confusione. Egli è l'immagine, anzi, l'incarnazione del Dio che è amore, misericordia, tenerezza paterna e materna, del Dio che è Vita".

    Di fronte a questa realtà, centro della fede cristiana, Benedetto XVI ha invitato tutti i credenti a una professione di fede: "'Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo' (Gv 11,27). Sì, o Signore! Anche noi crediamo, malgrado i nostri dubbi e le nostre oscurità; crediamo in Te, perché Tu hai parole di vita eterna; vogliamo credere in Te, che ci doni una speranza affidabile di vita oltre la vita, di vita autentica e piena nel tuo Regno di luce e di pace".

    Questa fede e questa speranza, ha concluso, sono particolarmente necessarie "nei momenti di maggiore prova e difficoltà".

    March 06

    SAN LEONE MAGNO: CATECHESI DI BENEDETTO XVI

    Cari fratelli e sorelle,

    proseguendo il nostro cammino tra i Padri della Chiesa, veri astri che brillano da lontano, nel nostro incontro di oggi ci accostiamo alla figura di un Papa, che nel 1754 fu proclamato da Benedetto XIV Dottore della Chiesa: si tratta di san Leone Magno. Come indica l’appellativo presto attribuitogli dalla tradizione, egli fu davvero uno dei più grandi Pontefici che abbiano onorato la Sede romana, contribuendo moltissimo a rafforzarne l’autorità e il prestigio. Primo Vescovo di Roma a portare il nome di Leone, adottato in seguito da altri dodici Sommi Pontefici, è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si stringeva attorno durante le celebrazioni. E’ spontaneo pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori provenienti da ogni parte del mondo.

    Leone era originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per sanare una difficile situazione. Ma nell’estate di quell’anno il Papa Sisto III – il cui nome è legato ai magnifici mosaici di Santa Maria Maggiore – morì, e a succedergli fu eletto proprio Leone, che ne ricevette la notizia mentre stava appunto svolgendo la sua missione di pace in Gallia. Rientrato a Roma, il nuovo Papa fu consacrato il 29 settembre del 440. Iniziava così il suo pontificato, che durò oltre ventun anni, e che è stato senza dubbio uno dei più importanti nella storia della Chiesa. Alla sua morte, il 10 novembre del 461, il Papa fu sepolto presso la tomba di san Pietro. Le sue reliquie sono custodite anche oggi in uno degli altari della Basilica vaticana.

    Quelli in cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma – come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò, ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio della Sede romana. Celebre è rimasto soprattutto un episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana, incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così salvò il resto della Penisola. Questo importante avvenimento divenne presto memorabile, e rimane come un segno emblematico dell’azione di pace svolta dal Pontefice. Non altrettanto positivo fu purtroppo, tre anni dopo, l’esito di un’altra iniziativa papale, segno comunque di un coraggio che ancora ci stupisce: nella primavera del 455 Leone non riuscì infatti a impedire che i Vandali di Genserico, giunti alle porte di Roma, invadessero la città indifesa, che fu saccheggiata per due settimane. Tuttavia il gesto del Papa – che, inerme e circondato dal suo clero, andò incontro all’invasore per scongiurarlo di fermarsi – impedì almeno che Roma fosse incendiata e ottenne che dal terribile sacco fossero risparmiate le Basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San Giovanni, nelle quali si rifugiò parte della popolazione terrorizzata.

    Conosciamo bene l’azione di Papa Leone, grazie ai suoi bellissimi sermoni – ne sono conservati quasi cento in uno splendido e chiaro latino – e grazie alle sue lettere, circa centocinquanta. In questi testi il Pontefice appare in tutta la sua grandezza, rivolto al servizio della verità nella carità, attraverso un esercizio assiduo della parola, che lo mostra nello stesso tempo teologo e pastore. Leone Magno, costantemente sollecito dei suoi fedeli e del popolo di Roma, ma anche della comunione tra le diverse Chiese e delle loro necessità, fu sostenitore e promotore instancabile del primato romano, proponendosi come autentico erede dell’apostolo Pietro: di questo si mostrarono ben consapevoli i numerosi Vescovi, in gran parte orientali, riuniti nel Concilio di Calcedonia.

    Tenutosi nell’anno 451, con i trecentocinquanta Vescovi che vi parteciparono, questo Concilio fu la più importante assemblea fino ad allora celebrata nella storia della Chiesa. Calcedonia rappresenta il traguardo sicuro della cristologia dei tre Concili ecumenici precedenti: quello di Nicea del 325, quello di Costantinopoli del 381 e quello di Efeso del 431. Già nel VI secolo questi quattro Concili, che riassumono la fede della Chiesa antica, vennero infatti paragonati ai quattro Vangeli: è quanto afferma Gregorio Magno in una famosa lettera (I,24), in cui dichiara "di accogliere e venerare, come i quattro libri del santo Vangelo, i quattro Concili", perché su di essi - spiega ancora Gregorio - "come su una pietra quadrata si leva la struttura della santa fede". Il Concilio di Calcedonia – nel respingere l’eresia di Eutiche, che negava la vera natura umana del Figlio di Dio – affermò l’unione nella sua unica Persona, senza confusione e senza separazione, delle due nature umana e divina.

    Questa fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo veniva affermata dal Papa in un importante testo dottrinale indirizzato al Vescovo di Costantinopoli, il cosiddetto Tomo a Flaviano, che, letto a Calcedonia, fu accolto dai Vescovi presenti con un’eloquente acclamazione, della quale è conservata notizia negli atti del Concilio: "Pietro ha parlato per bocca di Leone", proruppero a una voce sola i Padri conciliari. Soprattutto da questo intervento, e da altri compiuti durante la controversia cristologica di quegli anni, risulta con evidenza come il Papa avvertisse con particolare urgenza le responsabilità del Successore di Pietro, il cui ruolo è unico nella Chiesa, perché "a un solo apostolo è affidato ciò che a tutti gli apostoli è comunicato", come afferma Leone in uno dei suoi sermoni per la festa dei santi Pietro e Paolo (83,2). E queste responsabilità il Pontefice seppe esercitare, in Occidente come in Oriente, intervenendo in diverse circostanze con prudenza, fermezza e lucidità attraverso i suoi scritti e mediante i suoi legati. Mostrava in questo modo come l’esercizio del primato romano fosse necessario allora, come lo è oggi, per servire efficacemente la comunione, caratteristica dell’unica Chiesa di Cristo.

    Consapevole del momento storico in cui viveva e del passaggio che stava avvenendo – in un periodo di profonda crisi – dalla Roma pagana a quella cristiana, Leone Magno seppe essere vicino al popolo e ai fedeli con l’azione pastorale e la predicazione. Animò la carità in una Roma provata dalle carestie, dall’afflusso dei profughi, dalle ingiustizie e dalla povertà. Contrastò le superstizioni pagane e l’azione dei gruppi manichei. Legò la liturgia alla vita quotidiana dei cristiani: per esempio, unendo la pratica del digiuno alla carità e all’elemosina soprattutto in occasione delle Quattro tempora, che segnano nel corso dell’anno il cambiamento delle stagioni. In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno "non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente". Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia.

    È questo il mistero cristologico al quale san Leone Magno, con la sua lettera al Concilio di Efeso, ha dato un contributo efficace ed essenziale, confermando per tutti i tempi — tramite tale Concilio — quanto disse san Pietro a Cesarea di Filippo. Con Pietro e come Pietro confessò: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E perciò Dio e Uomo insieme, "non estraneo al genere umano, ma alieno dal peccato" (cfr Serm. 64). Nella forza di questa fede cristologica egli fu un grande portatore di pace e di amore. Ci mostra così la via: nella fede impariamo la carità. Impariamo quindi con san Leone Magno a credere in Cristo, vero Dio e vero Uomo, e a realizzare questa fede ogni giorno nell'azione per la pace e nell'amore per il prossimo.

    [Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

    Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alle Religiose infermiere di diverse Congregazioni, che stanno partecipando ad un corso di aggiornamento. Care sorelle, sforzatevi di vedere sempre nei malati il volto di Cristo e ripartite da Lui ogni giorno con umile coraggio per essere testimoni del suo amore. Saluto i fedeli provenienti dal Santuario della Divina Misericordia, in Santa Lucia di Caserta e i Militari della Scuola di Fanteria, di Cesano.

    Saluto, infine, i malati e gli sposi novelli. Cari malati, siate sempre consapevoli che contribuite in modo misterioso alla costruzione del Regno di Dio, offrendo generosamente le vostre sofferenze al Padre celeste in unione a quelle di Cristo. E voi, cari sposi novelli, sappiate quotidianamente edificare la vostra famiglia nell'ascolto di Dio, nel fedele reciproco amore e nell'accoglienza dei più bisognosi, seguendo l'esempio della Santa Famiglia di Nazaret.

     

    La pace del Signore sia con voi

    March 05

    DISCORSO DEL SANTO PADRE AGLI UNIVERSITARI

    SALUTO DEL SANTO PADRE

    Cari giovani universitari!

    Al termine di questa veglia mariana, con grande gioia rivolgo il mio saluto a tutti voi, a quanti siete qui presenti e a quanti partecipate alla preghiera mediante i collegamenti via satellite. Saluto con riconoscenza i venerati Cardinali e Vescovi, in particolare quelli che hanno presieduto la recita del Rosario nelle sedi collegate: Aparecida in Brasile, Avignone in Francia, Bucarest in Romania, Città del Messico in Messico, L’Avana a Cuba, Loja in Ecuador, Minsk in Bielorussia, Napoli in Italia, Toledo in Spagna e Washington negli Stati Uniti d’America. Cinque sedi in Europa e cinque nelle Americhe. Infatti questa iniziativa ha per tema: "L’Europa e le Americhe insieme per costruire la civiltà dell’amore". E proprio su questo tema si è svolto in questi giorni presso l’Università Gregoriana un convegno, ai cui partecipanti rivolgo un cordiale saluto.

    E’ felice la scelta di evidenziare di volta in volta il rapporto tra l’Europa e un altro continente, in una prospettiva di speranza. Due anni fa Europa e Africa; l’anno scorso Europa e Asia; quest’anno Europa e America.

    Il cristianesimo costituisce un legame forte e profondo tra il cosiddetto vecchio continente e quello che è stato chiamato il "nuovo mondo". Basta pensare al posto fondamentale che occupano la Sacra Scrittura e la Liturgia cristiana nella cultura e nell’arte dei popoli europei e di quelli americani.

    Purtroppo però la cosiddetta "civiltà occidentale" ha anche in parte tradito la sua ispirazione evangelica. Si impone pertanto un’onesta e sincera riflessione, un esame di coscienza. Occorre discernere tra ciò che costruisce la "civiltà dell’amore", secondo il disegno di Dio rivelato in Gesù Cristo, e ciò che invece ad essa si oppone.

    Mi rivolgo ora a voi, cari giovani. I giovani sono sempre stati, nella storia dell’Europa e delle Americhe, portatori di spinte evangeliche. Pensiamo a giovani come san Benedetto da Norcia, san Francesco d’Assisi e il beato Karl Leisner, in Europa; come san Martín de Porres, santa Rosa da Lima e la beata Kateri Tekakwitha, in America.

    Giovani costruttori della civiltà dell’amore! Oggi, voi, giovani europei e americani, Iddio vi chiama a cooperare, insieme con i vostri coetanei del mondo intero, perché la linfa del Vangelo rinnovi la civiltà di questi due continenti e di tutta l’umanità. Le grandi città europee e americane sono sempre più cosmopolite, ma spesso manca in esse questa linfa, capace di far sì che le differenze non siano motivo di divisione o di conflitto, bensì di arricchimento reciproco. La civiltà dell’amore è "convivialità", cioè convivenza rispettosa, pacifica e gioiosa delle differenze in nome di un progetto comune, che il beato Papa Giovanni XXIII fondava sopra i quattro pilastri dell’amore, della verità, della libertà e della giustizia. Ecco, cari amici, la consegna che oggi vi affido: siate discepoli e testimoni del Vangelo, perché il Vangelo è il buon seme del Regno di Dio, cioè della civiltà dell’amore!

    Siate costruttori di pace e di unità! Segno di quest’unità cattolica, cioè universale e integra nei contenuti della fede cristiana che tutti ci lega, è anche l’iniziativa di consegnare a ciascuno di voi il testo dell’Enciclica Spe salvi su un CD in 5 lingue. La Vergine Maria vegli su voi, sulle vostre famiglie e su tutti i vostri cari.
     
     
    La pace del Signore sia con voi
    March 04

    MORATORIA SULL'ABORTO

    Presentata in Spagna la moratoria sull'aborto


    Giuliano Ferrara: “Se la vita è sacra, 50 milioni di aborti ogni anno sono troppi”

    MADRID, lunedì, 3 marzo 2008 (ZENIT.org).- Il direttore del quotidiano “Il Foglio”, Giuliano Ferrara, promotore della moratoria internazionale sull'aborto, è a Madrid, dove presenterà la sua iniziativa in un atto organizzato dalla Fondazione Universitaria San Pablo CEU e dal Grupo Intereconomía.

    Durante un incontro di questo lunedì con i giornalisti, Ferrara ha spiegato come dopo la moratoria sulla pena di morte, che ha riconosciuto che “la vita è un diritto sacro”, fosse necessario considerare che “se la vita è sacra, 1.000 milioni di aborti in 30 anni e 50 milioni di aborti ogni anno sono troppi”.

    Il giornalista ha mostrato come dalla considerazione dell'“aborto legale” questo sia diventato sempre più un “fatto moralmente indifferente” e ha aggiunto che è urgente “ridefinire il concetto di vita umana in modo razionale e non confessionale”.

    In questo senso, si chiede un emendamento all'articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, per il quale “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”, aggiungendo “dal concepimento fino alla morte naturale”.

    Ferrara insiste sul fatto che si tratta di una rivendicazione dell'essere umano in quanto “essere razionale” e non di un atteggiamento difeso dai credenti.

    Il direttore de “Il Foglio” è consapevole che la richiesta di moratoria sull'aborto è – al di là degli effetti giuridici, difficili da prevedere a breve termine – una “battaglia culturale e civile”, e riconosce che forse si tratta soprattutto di un'“affermazione di principio”, ma estremamente “importante”.

    Il giornalista sta portando la sua battaglia anche nel campo politico, e pur sapendo di non essere un “leader politico” ha fondato un partito con l'unico obiettivo che questa “iniziativa culturale” non venga emarginata dalla politica, perché è importante mantenere il tema “al centro dell'attenzione civile”.

    Varie personalità ed entità internazionali hanno già sottoscritto la lettera inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, e ai premier e ai Capi di Stato dei Paesi delle Nazioni Unite. In Spagna, in poco più di due settimane, sono state ricevute più di 600 adesioni via Internet, oltre alle 100 firme di personaggi rilevanti della vita sociale.

    I firmatari sollecitano “una richiesta di moratoria delle politiche pubbliche che promuovono forme di sottomissione ingiustificata e selettiva dell'essere umano durante il suo sviluppo nel ventre materno mediante l'esercizio arbitrario di un potere di annichilimento, violando il diritto di nascere e di essere madri”.

    Fonte: Zenit.org

    La pace del Signore sia con voi

    February 28

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    La pace del Signore sia con voi
    February 25

    ABORTO: E' OMICIDIO?

    Desidero ora intraprendere uno dei temi che tanto smuove le coscienze e di cui tanto si parla, spesso a sproposito: l'aborto.
     
    Il titolo dell'argomento è volutamente provocatorio perchè al di là di ciò che penso, e credo che da coloro che mi  conoscono sia risaputo, vorrei trattare quest'argomento il più oggettivamente possibile.
     
    L'aborto, salito agli onori della cronaca dopo alcune dichiarazioni del Santo Padre e le relative proteste di alcuni pseudo-politici, è un'argomento molto serio che necessita un attento approfondimento, che rinvio ad altra sede.
     
    Il mio unico scopo è per il momento quello di farsi un'idea sull'argomento: per far questo lascerò che sia il lettore a capire se effettivamente l'aborto possa in qualche modo essere un omicidio. A tal proposito dopo aver visionato alcuni documenti a riguardo ho deciso di proporvi alcuni scatti fotografici tratti da un sito. Ho deciso di non pubblicare direttamente le foto in questo blog a causa del loro "forte" contenuto. Proprio per questi motivi chiedo che tutti coloro che sono facilmente impressionabili, tra cui mi sento di includere anche i bambini, si astengano dalla visione di questi documenti.
     
    Ringraziando tutti colori che daranno la loro opinione chiedo a Dio che vi benedica e vi protegga in ogni momento della vostra vita.
     
    La pace del Signore sia con voi